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Home Page > Fine Vita > Eutanasia, se questa è vita. I problemi etici che ne stanno alla base
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Il tema dell’eutanasia è divenuto oggi di importanza primaria, soprattutto a partire dall’approvazione due anni fa della legge 219 delle DAT (disposizioni anticipate di trattamento) che rappresenta l’anticamera dell’eutanasia. Secondo la legge sulle DAT, ogni persona ha la possibilità di scegliere i “trattamenti sanitari” a cui si potrà – o meno – essere sottoposti (ricordiamo che nutrizione ed idratazione, necessari per vivere, sono considerati alla stregua di trattamenti sanitari, cosa ovviamente assurda).

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su un tema così spinoso. Innanzitutto per eutanasia s’intende quella procedura per cui il medico decide la morte di un paziente, secondo due possibilità: eutanasia attiva e passiva. In quella attiva, il medico somministra un farmaco, di solito attraverso un’iniezione endovenosa. In quella passiva invece, il medico si limita a sospendere le cure o spegnere le macchine che tengono in vita il paziente.

La voce del buon senso Per completare il quadro della “morte legalizzata”, definiamo anche il suicidio assistito come procedura in base alla quale un medico fornisce ad una persona un farmaco in grado di provocarne la morte, che poi il paziente utilizza personalmente. È la persona stessa che “decide” quando morire.

Quali sono i motivi che rendono l’eutanasia un atto sbagliato che non deve essere assolutamente legalizzato? Vediamo i principali. Il primo, il motivo più importante, riguarda il fatto che la vita è un diritto indisponibile, anzi il più importante tra tutti gli altri. Non solo non possiamo decidere della vita di un uomo innocente, ma neanche disporre arbitrariamente della nostra. Non è vero che l’autonomia decisionale del singolo permette di fare ciò che si vuole, Se, per ipotesi, una persona volesse liberamente divenire schiava di un’altra, il contratto tra le parti risulterebbe nullo. Non si può rinunciare ad essere liberi, come non si può rinunciare alla vita.

Il secondo motivo è dato dal fatto che il fondamento dell’eutanasia riguarda sempre un giudizio esterno al malato, cioè se la sua vita sia degna o no di essere vissuta. Chi o cosa traccerà la sottile linea di demarcazione tra un paziente che merita di essere “terminato” ed un altro che non lo merita?

Altro motivo: la decisione del paziente che chiede la morte è inattendibile. Se è formulata prima della malattia, rimane il dubbio che essa sia ancora valida quando il soggetto ha perso conoscenza, se invece dipende dalla sofferenza, chi può garantire che essa sia lucida e soprattutto libera, proprio a causa della morsa di sofferenza che si stringe intorno al malato?

La legalizzazione di un male, inoltre, ha un indubitabile effetto incentivante. Essa costringerebbe tutti i malati deboli, come gli anziani, ad interrogarsi se non sia una forma di egoismo sottrarsi alla soluzione dell’eutanasia che magari molti altri percorrono. Si suggerirebbe alle categorie più deboli della società una via “sicura e moderna” per togliere il disturbo.

Che ne sarebbe poi della figura del medico con la legalizzazione dell’eutanasia? Il medico assumerebbe il compito di “funzionario” addetto alla terminazione di alcuni pazienti, calpestando il giuramento di Ippocrate in cui si vietava espressamente l’uccisione dei malati.

Ricordiamo inoltre che in tutti i paesi in cui è stata legalizzata l’eutanasia su richiesta del paziente, questa viene praticata anche in assenza di qualsiasi richiesta del malato (pensiamo ai casi emblematici di Charlie Gard, Alfie Evans e Vincent Lambert, i cui genitori non volevano assolutamente che i propri figli fossero uccisi). Infatti il ragionamento è il seguente: se uccidere per pietà è ritenuto il bene del paziente, perché fermarsi allora di fronte alla mancanza del suo parere?

Chi è stato uno dei più convinti sostenitori dell’eutanasia? Proprio Hitler. Egli sosteneva che era necessario eliminare i disabili, gli storpi, le categorie più deboli. E gli Stati che hanno approvato l’eutanasia o che si stanno muovendo per l’approvazione, non si comportano differentemente.

Chi però tra i fautori dell’eutanasia ha il coraggio di ammettere che i mostri che si agitano nei loro cuori non sono morti con il nazismo, ma sono riemersi dietro la scusa della “morte dignitosa”?

Alziamoci dunque in piedi per difendere il diritto alla vita dei più deboli e chiediamo a gran voce leggi per tutelare la vita dal concepimento alla morte naturale e non leggi di morte che aiutino la soppressione dei malati. Ne va del futuro della nostra società.

Chiara Chiessi

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