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Home Page > Fine Vita > “Sarco”, la macchina del suicidio viene presentata ai più deboli
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Ricordate Philip Nitschke, il “Dottor Morte”? A lui si deve la “brillante” idea di inventare una vera e propria macchina del suicidio. Il dispositivo, chiamato “Sarco”, è accessibile grazie all’inserimento di un codice, fornito a chi desidera suicidarsi, dopo aver effettuato un test psicologico.

«Entrato nella capsula, chi desidera liberarsi della propria vita in un semplice click può attivare la capsula che, sprigionando azoto liquido al suo interno, abbasserà rapidamente il livello di ossigeno conducendo a morte certa in alcuni minuti», spiegavamo in un nostro articolo a riguardo.

La voce del buon senso Ebbene, ora leggiamo su Life News che la macchina fatale è stata esposta nello stato australiano del Queensland, presso il workshop “Disrupting Death”, un evento dedicato a «informare le persone vulnerabili su come porre fine alla loro vita. Destinato a coloro che hanno più di 50 anni o malati terminali, il workshop sostiene che la suicide pod può ucciderti con “stile ed euforia”».

Ormai i sostenitori dell’eutanasia giocano proprio a carte scoperte e non provano alcuna vergogna nel manifestare palesemente le proprie intenzioni. Affermare di voler fornire alle persone in stato vulnerabile un mezzo per farla finita quando vogliono, significa chiaramente spingerle al suicidio. Perché se riconoscono di rivolgersi a persone rese vulnerabili da un grave disagio, sapranno anche che, nel loro stato, queste sono più facilmente influenzabili. Offrire, dunque, su un piatto d’argento la morte a chi la sta considerando come possibilità, non è, in fin dei conti, una spintarella verso il baratro?

A tal riguardo, Michael Robinson, direttore delle comunicazioni della SPUC (Society for the Protection of Unborn Children), ha affermato: «Le persone vulnerabili hanno bisogno di cure, non di essere uccise. La suicide pod presentata oggi ai malati e agli anziani, adempie il messaggio discriminatorio secondo cui alcune vite contano meno di altre e uccidere conta più delle cure».

Vera libertà, dunque, non la garantisce ai sofferenti chi gli offre la morte, ma chi tende loro la mano e fornisce tutte le cure e l’amore di cui hanno bisogno. Da parte nostra continueremo a tenere alta l’attenzione sul tema e lo affronteremo anche nel prossimo numero della nostra rivista cartacea mensile “Notizie Pro Vita e Famiglia”.

Luca Scalise

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