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Home Page > Gender > Educazione e gender: “Mamma, perché Dio è maschio?”
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Fiabe, modelli familiari, immagini televisive o pubblicitarie, libri scolastici che veicolano l’ideologia gender, li conosciamo.  E c’è anche chi vuole dare un “gender” pure a Dio. C’è chi arruola Dio nella schiera degli A-gender; c’è chi considera Dio uno stereotipo etero-sessista.

Per “genere”, scrive Rita Torti, autrice del libro Mamma, perché Dio è maschio?, si intende «l’insieme di quelle culture, storie, ma anche stereotipi, che si sono accumulati nel tempo e che ci fanno percepire quello che significa nel contemporaneo essere donna o essere uomo». Genere è il significato sociale e culturale che viene attribuito al corpo maschile e femminile. Tali imperativi possono divenire dei «‘dover essere’ faticosi, talvolta dolorosi, in ogni caso degli ostacoli allo sviluppo e crescita libera soprattutto di chi è piccolo o piccola», afferma l’autrice e si chiede «come liberare i bambini e le bambine da immagini che prescrivono certe attività o propensioni cosiddette naturali per i due sessi?».

La Torti si lamenta, per esempio, che la gestione dell’infanzia e della casa siano ancora quasi totalmente appannaggio femminile e cita Chiara Valentini: «Credere che allevare i bambini e crescerli spetti alla madre è frutto di modelli culturali e sociali che vengono da lontano, di stereotipi che non si vogliono mettere in discussione e che sono molto utili per mantenere i privilegi di un genere sull’altro». Perciò la Tosti, la Valentini ed altri “teorici” del gender sono convinti che sia diffusa una divisione di caratteri, competenze ed obiettivi diversi per maschi e femmine che sono ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che la nostra società considera appropriati per donne e uomini.

Riguardo a queste diverse attitudini degli uomini e delle donne, “imposte dalla società”, questi teorici del genere non sono forse al corrente del “paradosso norvegese”: una interessante esperienza che ci viene dal nord Europa, considerato “faro di civiltà”. Per più di 30 anni, milioni e milioni di Euro di fondi pubblici sono stati investiti nel “Nordic Gender Institute”, fin quando le Autorità non hanno preso consapevolezza dell’esistenza di studi rigorosi che mostrano che la teoria gender è priva di basi scientifiche.

Tre esempi fra tanti: il prof. Lippa ha condotto uno studio su 200.000 soggetti in 53 paesi ed ha confermato che gli uomini tendono naturalmente a scegliere professioni diverse dalle donne e viceversa: anzi, quanto più era alto il livello di “pari opportunità” per uomini e donne nel paese studiato, tanto più risultavano differenti le scelte compiute dagli uomini, da una parte, e dalle donne dall’altra. Il prof. Disieth, del National Hospital di Oslo, ha studiato, invece, le differenze di genere, con l’aiuto di giocattoli tipicamente maschili (come macchinine, palloni, …) ed altri femminili (bambole, ecc.). Ebbene, bambini di pochi mesi lasciati liberi di fronte a questi giocattoli si sono diretti in modo spontaneo (tendenzialmente) verso i giocattoli considerati appropriati al proprio sesso. Il prof. Simon Baron-Cohen del Trinity College di Dublino ha invece condotto uno studio su neonati osservando il comportamento degli stessi davanti a due tipi di immagini: quella di un dispositivo meccanico e quella di un volto. Egli ha riscontrato che la neonata, mediamente, passa più tempo ad osservare il volto e il neonato è invece mediamente più interessato al dispositivo meccanico. Nei nidi dei reparti maternità è stato rivelato che quando un neonato piange, normalmente le femmine “si interessano” e piangono con lui, mentre i maschi restano “indifferenti” a dormire. In seguito al video realizzato da un noto comico norvegese, che ha messo in luce i risultati di questi studi, le Autorità di Oslo hanno deciso di ritirare i finanziamenti al “Nordic Gender Institute” il quale, successivamente, ha dovuto chiudere.

Strano che i nostri media neghino che esista l’ideologia del gender, pur sostenendola e propagandandola, e non ci raccontano dell’esperienza che viene dal “civile” nord Europa. In tutto il libro della Torti, destinato a docenti ed educatori, vi sono continui riferimenti al genere ed alla necessità di superare gli stereotipi di genere. Nella terza parte si accusa anche la Chiesa di aver promosso la società patriarcale e di aver sempre messo le donne in posizione di inferiorità, dimenticando la Vergine Maria Immacolata e Assunta in cielo (“umile e alta, più che creatura”) e dimenticando che, nei vangeli, le donne sono spesso quelle più vicine a Gesù; sono le uniche persone ad accompagnare il Signore nel suo viaggio attraverso la sofferenza verso la morte e sono i primi testimoni della resurrezione. La frase di Simone De Beauvoir, citata dalla Torti, «Donna non si nasce, lo si diventa» rappresenta lo slogan che sintetizza la teoria del gender. Essa parte dall’ipotesi che maschi e femmine – al di là del sesso biologico – non siano naturalmente differenti. Il processo di differenziazione delle rispettive identità sarebbe unicamente un prodotto sociale/culturale legato all’apprendimento, fin dalla più tenera età, di stereotipi che vedranno la bambina assumere certi comportamenti, mentre il bambino altri. Sono la famiglia e la società, quindi, ad imporre il “genere”. Chaz Bono afferma che «La tua identità di genere riguarda chi sei, cosa ti senti di essere ed il sesso che vuoi manifestare» e il giudice della Corte Suprema, Ruth Bader Ginsburg ha dichiarato: «L’amore materno non è nato come tale. In un certo senso è un mito che gli uomini hanno creato per far sì che le donne pensassero che loro svolgono questo lavoro meglio di chiunque altro». Perciò, secondo questi “filosofi”, non esiste niente di innato al di là dell’aspetto genitale-fisico: l’istinto materno femminile sarebbe una costruzione culturale (un ruolo creato da una cultura maschilista per liberarsi dall’obbligo di seguire i figli) al pari dell’idea che l’uomo sia fisicamente più forte della donna (la donna sarebbe fisicamente più debole perché per millenni la cultura maschilista l’avrebbe relegata ad una dimensione domestica e non le avrebbe permesso di sviluppare la sua forza). La femminista radicale Judith Butler sostiene che «Portata alle logiche conseguenze, la distinzione sesso/ genere suggerisce una discontinuità radicale tra i corpi sessuati e i generi costruiti socialmente». Perciò, ciascuno può avere un proprio “genere”, secondo le convenzioni sociali o secondo ciò che uno “sente” di essere: gay, lesbica, bisessuale, transessuale, transgender e decine di altri “generi” (ultimamente alcuni ne contano 71), indipendentemente dal proprio corpo sessuato.

La cosa più assurda di questa bizzarra ideologia è che chi la sostiene non si preoccupa minimamente del fatto che le sue affermazioni sono contraddette palesemente dalla scienza, oltre che dal senso comune. Che le differenze psicologiche tra i sessi siano naturali e strettamente connesse alle differenze biologiche, in ultima analisi dipendenti dalla distinzione genetica fondamentale tra il maschile (presenza del cromosoma Y) e il femminile (assenza del cromosoma Y), è talmente evidente da risultare quasi imbarazzante il doverlo dimostrare.

Mamma, perché Dio è maschio? è un libro molto pericoloso perché, insieme a poche affermazioni condivisibili come la critica alla pubblicità e ai media che spesso rappresentano la donna come un oggetto sessuale, fa una continua propaganda delle teorie di genere. L’ideologia gender vuole scatenare la più radicale e più pericolosa rivoluzione antropologica che la società umana abbia mai visto dal suo inizio. Milioni di euro sono spesi dagli enti locali, dal MIUR e dall’ UNAR per promuovere il genere, e di conseguenza l’omosessualità e la transessualità, fra gli studenti e i bambini, sin dagli asili. I progetti di questo tipo, con il pretesto di educare all’uguaglianza e di combattere le discriminazioni, il bullismo e la violenza, spesso promuovono l’indifferentismo sessuale, ignorano le differenze e la complementarietà fra i due sessi, equiparano ogni orientamento sessuale e ogni tipo di “famiglia”, e operano una sessualizzazione precoce, insinuando nei bambini una pericolosa confusione psico-fisica.

Toni Brandi

Fonte: Articolo apparso su Notizie ProVita di Novembre 2015, pp. 4-5


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