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Home Page > Aborto > Aborti incompleti: ma la salute delle donne non importa
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Hellen Pendley, ex dipendente in una clinica per aborti in Georgia, ha raccontato la sua storia in una conferenza intitolata Meet the Abortion Providers, organizzata dalla Pro-Life Action League. Ha riferito che gli aborti incompleti – in cui i resti del bambino o della placenta rimangono nell’utero della madre – si verificano frequentemente nella sua struttura. I suoi racconti sono al limite dell’incredibile, se pensiamo che hanno per protagonisti medici e infermieri, che dovrebbero avere come missione di vita la cura della persona (che, ovviamente, include anche i nascituri):

«Tenevo un file nel mio ufficio» dichiara la Pendley; «era separato, sotto chiave e assolutamente nessuno vi aveva accesso, tranne me. Quelli erano i nostri “pazienti problematici”. Non volevamo che un eventuale ispettore vedesse quei documenti. Quelle erano le donne che sapevamo di aver mandato a casa con un problema. Erano quelle che sapevamo che avremmo sentito di nuovo».

La voce del buon senso  Senza neanche considerare il crimine dell’aborto,  è inutile sottolineare la gravità del rischio per la salute delle donne. Di fronte a simili complicazioni, se tutto si risolve per il meglio, senza l’insorgere di un’infezione, è comunque necessaria una procedura di aspirazione e raschiamento ripetuta, quindi un nuovo intervento per la donna. Nel peggiore dei casi, si può arrivare a setticemia e morte. Ad oggi solo 26 Stati richiedono che le strutture per l’aborto facciano dei rapporti e non ci sono linee guida in alcuno Stato per assicurare che le raccolte-dati siano fatte in modo accurato. In pratica le strutture per l’aborto segnalano le complicazioni solo se scelgono di farlo.

Nella clinica dove lavorava la Pendley, il direttore aveva ordinato di non denunciare alcuna complicazione che non comportasse il ricovero in ospedale: «Ho un memorandum che viene dal nostro direttore nazionale di questa catena di cliniche,  in cui è scritto: “Non le denunciate (le complicazioni dopo gli aborti) se non c’è un ricovero in ospedale. Non mi importa quante volte perforate un utero, lo tamponate, praticate il massaggio uterino, o somministrate un po’ di farmaci e le mandate a casa, ma non le denunciate“».

Questa è la premura che hanno gli abortisti per la salute delle donne. E la testimonianza della Pendely fa capire perché la pratica dell’aborto rende disumani: «Entravo in laboratorio ogni giorno. Ho visto bambini morti, ogni giorno, per tre anni. Ho giocato con molti di quei cadaverini. Non ne ho mai visto l’umanità. E non mi è mai importato. Se ne potevo contare 50 ero felice, perché sapete cosa significava? Significava che avrei avuto un bel bonus nel mio prossimo stipendio». Su queste parole dovrebbero riflettere quanti vedono nei medici obiettori dei criminali e negli abortisti dei benefattori…

Vincenzo Gubitosi

Fonte:
LiveAction

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