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Home Page > Aborto > Aborto e cancro al seno, il link ABC, e la salute delle donne
cancro al seno_aborto_link ABC

Il mese di ottobre che sta per finire è il Breast Cancer Awareness Month, “Il mese rosa per la prevenzione del cancro al seno. Dovrebbe quindi essere un mese contro l’aborto.

Infatti, ci sono prove sempre più stringenti del tremendo “legame ABC“, il link Abortion Breast Cancer, che la medicina politicamente corretta continua pervicacemente a voler ignorare, con grave detrimento per la salute delle donne. Donne che gli stessi dicono a parole di voler tutelare (attraverso “l’aborto libero, subito e gratuito”…).

Il dottor Joel Brind, è un professore di biologia ed endocrinologia al Baruch College della City University di New York, ed è co-fondatore del Breast Cancer Prevention Institute. E’ uno dei principali studiosi del link ABC, e ha pubblicato recentemente un post sul portale National Right to Life News, che ci sentiamo in dovere di condividere  con i nostri Lettori e soprattutto con le nostre Lettrici.

Una piccola precisazione che per molti sarà inutile e scontata: l’aborto aumenta le possibilità di sviluppare il cancro al seno. Ma, purtroppo, anche chi non ha abortito può ammalarsi perché sappiamo bene che le cause del tumore possono essere diverse.

I dati di fatto biologici sono ostinati nel provare il collegamento del cancro al seno con l’aborto

La biologia spiega come e perché l’aborto interferisce con il normale sviluppo e con la salute del seno, determinando un più elevato rischio di sviluppare il cancro al seno per le donne che hanno scelto l’aborto.

Tutti sanno che il seno di una donna, come parte del sistema riproduttivo, non si sviluppa fino alla pubertà. Ma la maggior parte delle persone non sa che lo sviluppo del seno non avviene completamente con la pubertà: aumenta di dimensioni, ma lo sviluppo continua anche dopo.

Dal momento della pubertà, una ragazza ha una quantità significativa di tessuto del seno in grado di crescere (e in grado di diventare cancerosa) che prima non aveva. Sicché la pubertà apre quella che i ricercatori chiamano la “finestra di suscettibilità.”

Da questo momento in poi le mammelle sono particolarmente vulnerabili rispetto a eventuali mutazioni potenzialmente cancerose. Tale “finestra di suscettibilità” si chiude solo quando la donna porta a termine la sua prima gravidanza. Infatti, a circa 32 settimane di gravidanza normalmente  la maggior parte delle cellule primitive del seno, quelle che ancora crescono e si sviluppano, si differenziano in cellule che possono effettivamente produrre latte.

Queste cellule “mature” sono più resistenti al cancro, perché la loro capacità di proliferare è sopita. Infatti, quando la gravidanza termina prematuramente, anche partorendo un bimbo vivo e sano, prima delle 32 settimane il rischio di sviluppare il cancro al seno è lo stesso: esso non dipende dalla sorte del bambino.

Le strutture cellulari che producono latte nel seno, che si moltiplicano durante la pubertà, sono chiamate lobuli di tipo 1 e di tipo 2. Da questi lobuli partono quasi tutti i tumori al seno. Microscopicamente, questi lobuli sembrano un po’ come alberi  con i rami spogli tranne che per piccole gemme. Dopo la pubertà, ma prima prima gravidanza, quasi il 100% dei lobuli sono di tipo 1 e 2.

Quando una donna rimane incinta, gli ormoni estrogeni e il progesterone causano una massiccia crescita dei seni, che raddoppiano le dimensioni del tessuto lobulare entro la metà di gravidanza (20 settimane di gestazione). Ma verso le 32 settimane di gestazione, solo circa il 20% dei lobuli sono ancora di tipo 1 e 2. ‘80% si è evoluto, è “maturato” in lobuli di tipo 3 e 4 che possono produrre colostro (latte).

Questo deve far pensare che anche l’usanza ormai inveterata di rimandare la prima gravidanza più in là negli anni aumenta il rischio di cancro al seno, perché la “finestra di suscettibilità” resta aperta più a lungo. E questo dato di fatto è stato assodato in via definitiva fin dal 1970 con uno studio multicentrico internazionale commissionato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.

Inoltre, ciò spiega la differenza tra l’elevato tasso di incidenza del cancro al seno tra le donne del Nord America e dell’ Europa, che in genere aspettano a far figli fino almeno a 30 anni, e i tassi di incidenza molto molto più bassi tra le donne in Asia e in Africa, che fanno figli da giovani.

E l’aborto ritarda la chiusura della “finestra della suscettibilità”.

Ma l’aborto fa anche altri danni. Gli estrogeni e il progesterone della gravidanza normalmente moltiplicano  il numero di lobuli di tipo 1 e 2, come abbiamo detto.

Se la gravidanza viene interrotta, la donna avrà moltissimi lobuli in più (di tipo 1 e 2 , che ancora non sono “maturati”) da cui può partire un tumore.

È per questo che decine di studi epidemiologici pubblicati in tutto il mondo, a partire dal 1957 continuano a mostrare un aumento del rischio di cancro al seno tra le donne che hanno scelto l’aborto. Perfino gli autori della ricerca dell’OMS del 1970, hanno notato che i loro risultati suggeriscono un aumento del rischio di cancro associato con l’aborto e una riduzione del rischio associato a nascite a termine.

E non è finita qui.

L’aborto aumenta il rischio di parto prematuro nelle gravidanze successive. Non solo questo ha conseguenze deleterie per la salute del bambino (aumenta l’incidenza di disabilità congenite, di paralisi cerebrale e autismo), ma (come già detto) il parto prematuro, prima di 32 settimane di gestazione, aumenta il rischio di cancro al seno, così come l’aborto.

In secondo luogo, è anche ben noto che l’allattamento riduce il rischio di cancro al seno futuro, e l’allattamento, naturalmente, non è possibile dopo che il bambino è stato abortito.

Ma per quanto riguarda l’aborto di gravidanze successive alla prima? Dati raccolti per mezzo secolo confermano il link ABC anche per aborti successivi a gravidanze normali: la donna che resta incinta produce nuovi lobuli di tipo 1 e 2, cioè del tipo che può più facilmente ammalarsi. E’ stato calcolato in media  un aumento del rischio di cancro al seno del 30%.

Ho il sospetto che molte donne non sarebbero disposte a correre questi rischi, se solo ne fossero informate.

 Joel Brind

(traduzione con adattamenti a cura della Redazione)


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