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Home Page > Aborto > Aborto e soldi sporchi di sangue: una denuncia del business
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L’aborto è una grande macchina per fare soldi: c’è chi specula sulla vita degli esseri umani innocenti senza scrupolo alcuno, il che spiega l’appoggio internazionale che riceve la propaganda abortista da quasi mezzo secolo.

Tante persone sono inserite dentro questo business mortifero per i motivi più disparati (l’idea di “aiutare” le donne, un precedente aborto mai elaborato, persone sopravvissute a incesti o stupri…), però in un dato momento si rendono conto dell’inganno di cui sono vittime e decidono di cambiare vita (alcune storie  quiqui) .

LifeSiteNews nei giorni scorsi riportato l’ennesima testimonianza,  quella di Carol Everett, già autrice del libro Blood Money (soldi sporchi – di sangue) il cui sottotitolo recita: Diventare ricchi con il diritto di scelta delle donne.

La Everett ha alle spalle l’aborto del suo terzo bambino, per il quale non si è mai perdonata e che ha cercato lì per lì  di giustificare proprio prendendo parte al business abortivo “per aiutare le donne”: ben presto per lei il tutto è diventato un triste gioco di numeri e di soldi. Ha anche fatto carriera, diventando direttrice di una clinica: era infatti brava, sapeva fiutare gli affari e “vendere” l’aborto in maniera convincente. Afferma ora la donna: «Tutto ciò che ho fatto è stato usare le tecniche di vendita al telefono. E l’aborto diveniva l’unica risposta. Non eravamo  “consulenti”, eravamo telemarketing. Andava così: la ragazza chiamava e diceva “Penso che potrei essere incinta”. […] La sceneggiatura era: “Possiamo occuparci di questo problema. Non c’è bisogno che tu lo dica ad alcuno”. E poi chiedevamo: “Qual è la data dell’ultimo ciclo?”. Il cosiddetto consigliere, la metteva su una ruota che viene effettivamente utilizzata per calcolare la data di nascita del bambino. Ma non parlava di compleanni o figli, e diceva: “Sei incinta di 8 settimane”». E qui si iniziava a istillare paura: paura della gravidanza, paura di essere scoperta, paura di perdere anni di scuola o il lavoro, paura di non farcela… è questa paura che serve per “vendere” l’aborto in maniera convincente. Far lavorare l’emotività delle persone, più che la razionalità, e puntare sulla rapidità: questi erano i must per impedire alle persone di pensare, di elaborare la decisione che stavano prendendo sulla vita del loro bambino, oltre che sulla loro.

Il problema dei soldi, per le donne povere, continua quindi la Everett, era poi facilmente bypassabile: in America chi si dichiara di basso reddito può ricevere un finanziamento fino al 40% della prestazione.

Insomma, l’aborto doveva apparire come l’unica soluzione al “problema”. Nessuna proposta di aiuto per allevare il bambino, nessuna prospettiva di adozione, nessun accenno alla responsabilità genitoriale. Nulla di nulla. Il tutto, coperto da una patina di gentilezza per creare un rapporto di fiducia.

Oltre a questo, c’era un altro aspetto importante nella testimonianza della Everett: dice che si doveva fare in modo che l’aborto fosse un fenomeno destinato a ripetersi, nella vita delle ragazzine che accedevano alla clinica. «Abbiamo distribuito – rivela la Everett – preservativi difettosi ai ragazzi: non abbiamo comprato le marche migliori, abbiamo comprato seconde scelte. E alle ragazze davamo le pillole anticoncezionali, dicendo  di iniziare a prenderle il sabato, per farle restare più “scoperte” durante il fine settimana. E abbiamo distribuito pillole anticoncezionali a basso dosaggio che devono essere prese alla stessa ora ogni giorno per fornire un livello di protezione efficace. E sapevamo che la maggior parte delle ragazze non le avrebbe prese con tale accortezza e  che sarebbero rimaste incinte di nuovo.  Il nostro obiettivo era ottenere da tre a cinque aborti tra i 13 e i 18 anni». Un risultato conseguito in circa il 50% dei casi.

Una prassi, quella descritta fino ad ora,  con ogni probabilità comune  in tutte le cliniche abortiste. Il tutto, ovviamente, senza pensare alla salute delle donne, come invece si vorrebbe far credere (agli altri, e a se stessi): con la prospettiva  di dover realizzare un certo numero di aborti si arrivava persino – dice la Everett – a utilizzare strumenti non sterilizzati; e senza considerare i bambini uccisi, fatti  a pezzettini e poi riassemblati per verificare che le parti del corpo fossero tutte presenti.

Come resistere a tutto questo? «Dici a te stesso – afferma l’ex abortista – che stai aiutando quella donna. Sai che è sbagliato, ma dici a te stesso che stai aiutando quelle donne e quindi fai e dici e vedi. Quando una delle mie dipendenti ha avuto una sorta di di crisi di coscienza le ho detto: “Ricorda che hai aiutato una donna, hai aiutato una donna”, e questo era il nostro mantra».

Tutto questo dura fino a quando questo meccanismo diabolico non salta e la realtà si mostra in tutta la sua crudeltà: «Quei bambini sono morti anche grazie a te». E allora un cambio di vita s’impone, conclude la Everett.

Teresa Moro

La voce del buon senso

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