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Home Page > Aborto > Aborto vietato ai minori: non in clinica, ma al cinema
Unplanned_aborto_Abby-Johnson

La Motion Picture Association of America (Mpaa) è l’organismo statunitense deputato alla classificazione dei film in base al contenuto (quella che un tempo si chiamava “censura”). Il sistema di rating o valutazione va dal gradino più basso, G (General Audiences) – il nostro T (Film per tutti) – al più alto NC-17 (No one under 17 Adults only), ovvero “nessuno sotto i 17 anni” o “soli adulti”. Si passa, nei gradi intermedi, da PG a PG-13 a R. È proprio quest’ultimo che ci interessa. “R” sta per “Restricted” ossia “limitato”: il film «contiene materiale per adulti. I genitori sono invitati a saperne di più sul film prima di portare con sé i loro bambini»; così la Mpaa. Pertanto «il minore di 17 anni richiede un genitore o un tutore adulto accompagnatore».

La voce del buon senso È questa la valutazione data a Unplanned, il film ispirato alla vicenda di Abby Johnson, da direttrice di una clinica abortista di Planned Parenthood all’attivismo pro life. Non abbiamo avuto modo di vedere il film, ma alcune considerazioni sono d’obbligo, così da fare 2+2. L’Hollywood Reporter ha scritto che «l’Mpaa non menziona “la rappresentazione realistica degli aborti” come causa del rating restrittivo, e non esiste [nel film, ndr] linguaggio volgare, nudità, violenza, abuso di droghe o qualsiasi altra cosa che gli spettatori associano tipicamente al rating R, dicono Pure Flix e i registi». Eppure, «la Mpaa ha detto a Pure Flix che la scena più problematica era quella di un medico che guardava lo schermo di un computer che mostra l’immagine di un feto quando l’aborto è completato».

Ben Davies di Rebel Media ha commentato: «Devi avere 17 anni per guardare un aborto, ma non per ottenerlo». Ora, a pensarci bene, l’aborto è effettivamente un atto violento, ma è una violenza che i nostri Paesi “civili” consentono di esercitare a qualunque ragazzina nei confronti del proprio figlio in nome dell’autodeterminazione della donna. Una violenza che i giovani non riescono più a cogliere, assuefatti come sono al pensiero mainstream propalato, tra l’altro, dai vari corsi di educazione sessuale di cui le scuole sono ormai intrise. L’aborto, in questa società, è consacrato come diritto umano a patto che non si mostri in che consiste.

La Motion Picture ha insistito che la restrizione è dovuta ad «alcune immagini inquietanti e cruente», ma il co-regista Chuck Konzelman riconduce la questione a una ragione politica. Come è già accaduto con Gosnell, Hollywood sembra intenzionata a fare tutto il possibile per limitare l’impatto del messaggio pro life sulla società. Lo sceneggiatore Cary Solomon ha denunciato l’ipocrisia della procedura: «Lo standard utilizzato per valutare il nostro film viene applicato in modo incoerente in quanto si riferisce a immagini cruente sullo schermo. In effetti, Happy Death Day 2U [un film con diverse scene di omicidio violento, ndr] ha molto più sangue e brutalità del nostro film, e ha ricevuto una valutazione PG-13 [inappropriato sotto i 13 anni, ndr]».

Solomon è preoccupato che una simile valutazione possa spaventare le famiglie, e proprio nel momento sbagliato. Come nota LifeSiteNews, dopo quello che è successo a New York e il nuovo dibattito sull’aborto a livello nazionale, gli americani non sono mai stati più pronti ad ascoltare e vedere la verità. Film come questo sono esattamente ciò di cui c’è bisogno per mantenere vivo il dibattito e attirare l’attenzione sul dramma in corso. «L’aborto è il grande male del nostro tempo», ha proseguito Solomon, «con la conseguente perdita di oltre 50 milioni di nostri concittadini – e crediamo che questo film abbia il potenziale per essere quello che La capanna dello zio Tom è stato per la schiavitù: il catalizzatore per porvi fine».

Vincenzo Gubitosi

Fonte: LifeSiteNews

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3 Commenti, RSS

  • Sonia Paschetto

    dice su:
    30/03/2019 alle 03:10

    E giusto informare ma prima di tutto i genitori che acconsento la propria figlia ad abordire, spiegare che non si uccide solo una vita umana ma se ne uccide due. Quella mamma per tutto il resto della vita avrà la morte dentro di lei. Tutti insieme in una società civile si potrebbe aiutare queste mamme in difficoltà insegnando il valore della vita e la gioia che porta con se

  • sara bi

    dice su:
    30/03/2019 alle 16:09

    Però devo dire la verita’….un conto e’ commettere un orrore senza assoluta consapevolezza, magari senza vedere troppo o tutto….un conto e’ guardare l’orrore delle proprie scelte ….diciamo che potrebbe essere una pugnalata troppo forte per l’animo umano. Soprattutto chi lo ha commesso con qualche scrupolo. Bisogna stare attenti a non ammazzare completamente la persona, considerando che esiste nella nostra coscienza sempre una conseguenza dei nostri atti anche se non manifesta. Una verita’ sbattuta in faccia in maniera così cruda puo’ portare a uno shock non indifferente. L’aborto e’ un dramma, chi lo fa o lo subisce lo vive appieno. Magari lo nasconde ma tutti lo subiscono tale dramma, non si puo’ non subirlo…fa molto male, dentro e fuori. E’ proprio quando lo fai che prendi realmente atto di cosa sia, solo chi lo ha provato puo’ capirlo. Immagini cosi’ crude sono come pugnalate.

    • Redazione

      dice su:
      05/04/2019 alle 07:44

      Cara Signora,
      nella mia esperienza personale, TUTTE le donne che hanno abortito (e che lottano con la sindrome post abortiva) e che ho incontrato mi hanno chiesto di mostrare in modo più esplicito le immagini degli aborti. Dicono tutte: “Dovete mostrare cosa è l’aborto: se io avessi saputo non l’avrei fatto”.

      Ci saranno anche persone che non la pensano così: certamente io non ho conosciuto “tutte” le donne che hanno abortito, ovviamente. Però questa mia esperienza mi ha fatto riflettere. Qualche anno fa ero totalmente contraria a mostrare immagini “forti”, per rispetto di quei poveri morticini. Pian piano queste donne mi hanno fatto cambiare idea.

      Francesca Romana Poleggi

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