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In Australia vince la cultura della morte.

Venerdì scorso, 8 giugno, il parlamento del New South Wales ha votato una misura che limita la testimonianza pro-vita nelle vicinanze di strutture nelle quali si praticano gli aborti. Il risultato è stato schiacciante: 61 voti a favore e 18 voti contrari.

I bambini, in Australia, non sembrano dunque essere i “benvenuti”. Ed è inutile dire che nei primi mesi di gravidanza non è viva una nuova persona: la scienza sigla l’inizio della vita di un essere umano completo con il concepimento, quindi il nostro “essere umani” inizia fin da quel lampo di luce. Cosa che, di per sé, ogni donna incinta può testimoniare: è vero che nei primi mesi di gestazione non si sente il bambino muoversi, ma è innegabile che un’interazione è in atto e, in misura soggettiva, si avvertono sintomi quali la stanchezza, le nausee, la voglia di determinati cibi, un’aumentata sensibilità agli odori, etc…. la personalità del concepito si dimostra anche così.

Dal voto del Parlamento discende il fatto che i pro life che operano in Australia avranno, d’ora in avanti, vita difficile: quasi che fare cultura e informare sui temi della vita e sulle possibilità di scelta alternative al dare la morte al proprio bambino sia un reato.

Ma, è importante sottolinearlo, in Australia a perdere sono anche tutte le donne. Donne che non avranno più modo di essere informate sul gesto che stanno per compiere (sia per il bambino, sia per la loro salute fisica e psicologica) e che verranno lasciate sole di fronte a una decisione nella quale, le testimonianze lo acclarano, il fatto di avere accanto delle persone che le supportano e sapere con oggettiva scientificità lo stato delle cose (non solo il fatto che il cuore batte già dopo tre settimane dal concepimento, ma anche un confronto rispetto a possibili malattie o malformazioni) sono dei potenti antidoti alla scelta di abortire.

In tal senso è d’esempio il Ministro per le donne dell’Australia, Tanya Davies, la quale non ha fatto mistero di aver votato contro la legge-bavaglio in questione.

Assieme a lei anche il Ministro della famiglia e dei servizi comunitari (e l’ex ministro per la discriminazione sessuale) Pru Goward, ma la Davies, in particolare, da donna, ha lamentato come questo provvedimento sia profondamente contro il gentil sesso: «Questi volontari si preoccupano profondamente delle donne», riporta LifeSiteNews. «Offrono supporto e informazioni che non saranno sempre fornite all’interno della clinica per aborti. […] Non costringono le donne a seguire le loro opinioni, offrono semplicemente una scelta. Eppure questo disegno di legge criminalizzerà quell’offerta di scelta e la condivisione di informazioni».

Teresa Moro

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