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Home Page > Dipendenze > Dagli USA nuovi studi sulla cannabis: e sì, fa male
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Il Sole 24 Ore ha pubblicato un denso articolo del neurochirurgo Arnaldo Benini a proposito della cannabis e degli effetti che produrrebbe la sua legalizzazione, come vorrebbero certe pressioni sempre più frequenti in tal senso; pensiamo al Ddl presentato l’anno scorso dalla senatrice Nadia Ginetti (Pd) e al più recente di Matteo Mantero (M5S).

La voce del buon senso Giustamente Benini invita a sfatare il luogo comune secondo cui «essere favorevoli alla liberalizzazione sarebbe di sinistra e il contrario di destra». Negli Stati Uniti, dove si discute sulla legalizzazione a livello federale, le due voci più importanti dell’una e dell’altra corrente politica, ossia il New York Times e il Wall Street Journal, hanno sostenuto, almeno implicitamente, la tesi del “no”, pubblicando a inizio anno uno stralcio del libro di Alex Berenson, Tell Your Children: The Truth about Marijuana, Mental Illness, and Violence (Di’ ai tuoi figli la verità su marijuana, malattie mentali e violenza), dove si illustrano i seri problemi di ordine sanitario e sociale che derivano dalla diffusione dello spinello. Si segnala poi un’altra pubblicazione – speriamo siano entrambe presto tradotte in italiano – e cioè il corposo volume, pubblicato nel 2017 dall’American National Academy of Medicine, dal titolo The Health Effects of Cannabis and Cannabinoids – The current state of evidence and reccomendations for research (Gli effetti sulla salute di cannabis e cannabinoidi – Stato attuale delle prove e raccomandazioni per la ricerca), dove, ad avviso del prof. Benini, «s’impara tutto della cannabis».

I due studi raccolgono un’enorme documentazione al fine di dimostrare quanto sia infondato il mito oggi tanto diffuso sulla “leggerezza” di certe droghe le quali, esattamente come quelle “pesanti”, «per modificare lo stato dell’umore, agiscono sul cervello». È vero che l’uso sporadico ha conseguenze moderate, ma è anche vero che, se fino agli anni Novanta la marijuana conteneva il 2% di Thc, oggi ne contiene fino al 25%. E le ripercussioni in termini medici sono verificabili dagli aumentati ricoveri d’urgenza per confusione mentale in seguito all’assunzione.

Uno stralcio dell’articolo in questione merita però di essere riportato per intero:
«Dal 2010, nei paesi dove è liberalizzata la marijuana, il numero di decessi per overdose di oppiacei è cresciuto. Nel 2017 il 7.5% della popolazione americana fra i 18 e i 25 anni soffriva di serie malattie mentali, il doppio di dieci anni prima. Dal 2006, il numero di ricoveri per psicosi in Usa è aumentato in proporzione all’aumento del consumo di marijuana. Il messaggio più drammatico della pubblicazione dell’Accademia di Medicina è che l’uso della cannabis “aumenta il rischio della schizofrenia e di altre psicosi in proporzione al consumo”. Come tutte le droghe, la marijuana è una delle cause epigenetiche della demenza. La legalizzazione è micidiale anche perché trasmette il messaggio fraudolento che la marijuana sia innocua».

La verità è che anche in questo caso, come per tutte le grandi questione etiche e bioetiche degli ultimi decenni, la politica ha smesso di guardare al vero, per scegliere il bene, volgendosi piuttosto all’utile che, spesso e volentieri, non è sinonimo di “bene” quanto del suo contrario…

Vincenzo Gubitosi

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2 Commenti, RSS

  • Mattia Chiodi

    dice su:
    24/02/2019 alle 03:06

    Signor Gubitosi
    Mi permetta di dire, fin dall’inizio, che la sua notizia è priva di valore .Fornisce dati sparsi,non pertinenti e perlopiù inesatti ; come quando sostiene che dal momento che la cannabis negli usa è stata legalizzata è aumentato l’uso di oppiacei( la vecchia balla delle droghe leggere che portano a quelle pesanti ),oppure quando dice che la cannabis una volta aveva un principio attivo del 2%(da millenni l’uomo fuma e produce cannabis e hasish con percentuali anche ben più alte del 20% . l’India è l esempio più lampante , infatti li viene prodotta la crema di malana che raggiunge anche il 50% di thc ) .Ho solo mille caratteri e non posso stare a confutare tutta la sua notizia , mi fermo a quelle più spiazzanti . Per concludere mi sento di dirle di informarsi un po’ meglio sulle mille applicazioni mediche di questa pianta , a differenza dell’alcool, e dei miglialia di farmaci con liste enormi di effetti indesiderati devastanti .
    Spero si ricreda al più presto

    • Vincenzo Gubitosi

      dice su:
      25/02/2019 alle 11:54

      Signor Chiodi,
      i dati sono “sparsi” perché questo è un articolo informativo e non formativo (o di approfondimento) e in tal caso si fa una selezione discrezionale dei dati da riportare. “Non pertinenti” vorrebbe dire che “non riguardano direttamente e più o meno strettamente” l’argomento: non mi pare. “Perlopiù inesatti”? Secondo lei, dato che non menziona alcuna fonte. L’articolo, invece, come detto in apertura, menziona i dati riportati dal neurochirurgo Benini sul Sole 24Ore e basati su due studi americani pubblicati da NYT e WSJ.
      Quanto al THC, certo, le eccezioni sono sempre possibili, come in tutte le cose, ma non credo che questo sia un indice a favore della salubrità dell’uso drogastico della cannabis. L’uso terapeutico, invece, sotto prescrizione medica e con precise modalità di somministrazione, non ha mai incontrato l’opposizione di Pro Vita né di nessun altro, mi sembra; pertanto non ho da ricredermi in proposito.
      Cordiali saluti

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