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Home Page > Gender > Gender, padre condannato: si rivolge a sua figlia come a una ragazza
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Ha dell’incredibile la vicenda avvenuta in Canada, ultima manifestazione di follia gender di una società che sembra aver perso il lume della ragione insieme al senso della realtà: un padre di famiglia è stato condannato, nei giorni scorsi, addirittura per “violenza familiare”, come se avesse compiuto chissà quale atto efferato, solo per essersi rivolto a sua figlia, una ragazzina di quattordici anni che si sente maschio, come a una ragazza. In realtà la giovanissima donna si sta sottoponendo a pesanti cure ormonali a base di testosterone per la “riassegnazione del sesso biologico”, trattamento con cui suo padre non è affatto d’accordo, considerate le delicate condizioni psichiche in cui versa sua figlia.

La voce del buon senso Infatti, in seguito al divorzio dei suoi genitori, avvenuto nel 2013, la giovane avrebbe cominciato a soffrire di depressione, fino a tentare più volte il suicidio. Questa instabilità psichica di fondo ha portato suo padre a interrogarsi sul livello di consapevolezza con cui la ragazza ha deciso di intraprendere un percorso così irto, doloroso e definitivo come la riassegnazione del sesso. Ma adesso, grazie a un ordine restrittivo emanato dalla Suprema Corte della British Columbia, non solo non potrà più intervenire, pur avendo la patria potestà, in merito alla decisione della figlia per dissuaderla, ma non potrà nemmeno rivolgersi a lei con il suo nome di battesimo.

La Corte avrebbe spiegato che l’adolescente, identificata con la sigla Ab, «comprende i rischi connessi all’ottenimento del testosterone e potrebbe tentare ancora il suicidio se il trattamento venisse rimandato», come riporta il National Post. Il giudice Gregory Bowden, responsabile dell’incredibile sentenza, ha inoltre riportato candidamente nero su bianco: «La totalità delle prove relative ai bisogni medici di Ab mi porta a concludere che il suo trattamento ormonale non dovrebbe essere ritardato ulteriormente. Mentre il padre di Ab non acconsente al trattamento, sono convinto che il consenso di Ab sia sufficiente affinché il trattamento proceda».

Insomma, dopo questo gravissimo precedente, d’ora in poi, la guida e l’autorità del padre e della madre di un figlio minorenne, in Canada, conterà meno di niente su una decisione così importante e delicata come la sessualità dei propri figli, perché ci sarà sempre un giudice più “illuminato” del “bigotto” genitore a intervenire finendo per farne le veci. Tant’è che il giudice che si è occupato di questo caso ha affermato di aver «autorizzato [la ragazza] a cambiare il suo nome legale senza la necessità del consenso dei suoi genitori», e l’ha «esclusivamente autorizzata ad acconsentire alle cure mediche per la sua disforia di genere».

Per di più quella di iniziare un percorso irreversibile come la “riassegnazione del sesso” non sembra sia stata una decisione totalmente spontanea da parte della ragazzina che pare sia stata incoraggiata da un consulente scolastico della Delta School District della British Columbia a identificarsi come “ragazzo” quando frequentava ancora la seconda media. Mentre, una volta compiuti i 13 anni la dottoressa Brenden Hursh e i suoi colleghi dell’ospedale pediatrico della British Columbia hanno deciso autonomamente che era giunto il momento, per la bambina, di iniziare a ricevere iniezioni di testosterone per intraprendere il suo percorso di “transizione”. Decisione a cui suo padre si è ribellato con tutto se stesso, mosso dalla convinzione che i problemi psicologici della figlia siano la causa, e non l’effetto, della sua disforia di genere. Ma dopo il ben servito di questa assurda sentenza, pare proprio che la sua voce sia destinata a rimanere inascoltata. Mentre Kari Simpson, responsabile dell’associazione canadese Culture Guard, ha definito il caso “allarmante” per le gravissime ripercussioni che esso avrà sui diritti dei genitori canadesi: «Avrà conseguenze disastrose per altri giovani che stanno cercando di sopravvivere in una società sempre più ostile e pericolosa».

Nonostante queste premesse scoraggianti, il padre della ragazza continua ad affermare con forza l’identità femminile di sua figlia: «Il suo Dna non cambierà attraverso tutti questi esperimenti che fanno», aggiungendo, coraggiosamente, che non sarà mai disposto a utilizzare termini maschili per rivolgersi a sua figlia. «Combatteremo fino alla Corte Suprema del Canada», ha detto. «Non smetteremo mai di combattere».

Manuela Antonacci

Fonte: LaNuovaBQ

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