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Home Page > Aborto > I campioni delle fake news? Gli abortisti
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Le fake news sono diventate un tormentone della politica e dei salotti “bene”: tutti preoccupati a “difendere” il popolo (ignorante e deficiente, secondo loro) dalle fake news, cioè dalle bugie che circolano in rete.

Ovviamente, gli stessi che mostrano tanta preoccupazione sono depositari della verità rivelata – e solo loro ce l’hanno – quindi sono loro a decidere quali news sono fake e quali sono ok: perciò hanno diritto di operare la censura (ma sempre per amor nostro, popolo ignorante e deficiente).

Poi, qualche volta, si contraddicono: ma lo fanno con una spudoratezza sorprendente, da passare quasi inosservati. Leggete il trafiletto di  Francesco Agnoli , su Libertà & Persona, a proposito delle fake news sulla Siria, su Assad e  La Repubblica

Ma a noi la geopolitica non interessa. Nel campo della bioetica, invece, sappiamo bene chi sono i campioni delle fake news: gli abortisti (e i Radicali in primis). E il bello è che le bugie e le dissimulazioni sull’aborto continuano pervicacemente ad essere ripetute fino ad oggi.

Il dott. Bernard Nathanson, è stato un co-fondatore della National Abortion Rights Action League. Poi, a causa dello sviluppo della tecnologia ad ultrasuoni che mostrava il bambino in grembo come tale, è diventato un fervente pro life: è lui l’autore del famoso documentario “Il grido silenzioso”.

Diversi anni fa, dopo la sua conversione, ha ammesso di aver mentito in merito al numero di aborti clandestini negli Stati Uniti, prima della decisione della Corte Suprema del 1973,  Roe vs. Wade.

Diceva di routine che un milione di donne ricorrevano all’aborto clandestino. In seguito confessò che la statistica era pura finzione, inventata di sana pianta.

Nathanson ha anche ammesso di aver mentito sul numero di donne che morivano per l’aborto prima del 1973: parlava di  5.000 – 10.000 decessi all’anno. Ha confessato che sapeva che le cifre erano totalmente false, ma la preoccupazione principale era quella di far sì che le leggi che vietavano l’aborto fossero eliminate, e qualsiasi mezzo per ottenere lo scopo era lecito, anche le fake news.

In Italia è stato lo stesso: chi ha un po’ più di anni, come me, ricorda bene i “milioni di donne che muoiono di aborto clandestino”, cantate dai Radicali & co.

Lo stesso accade in Irlanda, in Sud America, in tutti i paesi dove ancora l’aborto è illegale. Lo stesso accade a proposito dei “danni” che farebbero gli obiettori di coscienza.

E – nonostante i progressi della scienza, della genomica e  dell’embriologia – normalmente, gli attivisti pro aborto continuano con pervicacia a non usare mai la parola bambino: al massimo qualche termine scientifico tipo “blastocisti” o “morula”, per indicare quello che in fondo per loro è solo  “un grumo di cellule”.

Un’altra fake news propagandata dall’industria dell’aborto è che le donne che abortiscono lo facciano a seguito di una scelta libera. Invece, anche quando non c’è una vera e propria coercizione esplicita (che pure in molti casi è operata perfino da parenti, partner e amici), la maggioranza delle donne che abortiscono dichiara di essersi sentita costretta a farlo, “di non aver avuto altra scelta” e l’80%  dichiara che se avesse avuto una mano tesa, una possibilità, qualcuno che le avesse prospettato un’alternativa, non avrebbe abortito.

Invero, l’uccisione del figlio è la soluzione più comoda e pratica per l’eventuale padre (o altri familiari) e per la società: l’aborto deresponsabilizza tutti, rispetto al dovere di cura e di sostegno alla madre in difficoltà. Questa, invece, dopo l’aborto, resta madre di un bambino morto, con tutte le conseguenze che ne derivano. Spesso le si nega persino la possibilità di elaborare il lutto, negandole la verità della cosa (cioè che un bambino, suo figlio, è stato ucciso).

E la negazione, l’omissione della verità è, sullo stesso piano delle fake news, è ugualmente grave: nessuno informa correttamente le donne sulla realtà dell’aborto e sulle sue conseguenze.

Firmate la nostra petizione.

… Tornando alle fake news: l’unico modo per difendersi è ragionare con la propria testa, leggere informarsi e confrontare, risalire alle fonti. Solo la libertà di informazione ci può salvare dalle fake news.

Francesca Romana Poleggi

 


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