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Home Page > Aborto > Il 95% dei medici irlandesi si rifiuta di uccidere bambini non nati
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Questo 2019 si apre con un’ottima notizia: il 95% dei medici irlandesi non è disposto a praticare aborti, nonostante l’interruzione di gravidanza sia diventata legale, in Irlanda, a partire dal primo gennaio.

Ovviamente gli abortisti danno la colpa ai pro life: secondo loro, alla base del rifiuto della stragrande maggioranza dei medici irlandesi, ci sarebbe la paura delle proteste dei difensori della vita, ma viene difficile pensare che ciò possa influenzare una percentuale così alta di dottori; è più plausibile invece, che essi ritengano, semplicemente, che uccidere bambini nel grembo materno non debba rientrare nella professione medica.

La voce del buon senso Tra l’altro, le principali associazioni di medici hanno affermato che la legge sull’aborto è stata approvata troppo rapidamente, creando un ambiente «inaccettabile e non sicuro» per le donne in Irlanda. Tant’è che l’Offaly Express fa notare come almeno quattro contee, tra cui Offaly, Leitrim, Carlow e Slingo, non dispongano di medici abortisti. Inoltre, seppure la legge approvata permetta di abortire fino a 12 settimane di gravidanza, tuttavia prevede delle eccezioni che allungano il termine ultimo addirittura fino ai sei mesi. Evidentemente questo deve aver causato non pochi problemi di coscienza tra il personale medico, spaventato anche dal fatto che l’obiezione di coscienza, secondo la legge approvata, è prevista solo in rarissimi casi, con il rischio concreto di perdere il lavoro di fronte al rifiuto di praticare aborti.

A tutto questo si aggiunge lo scenario disastroso della maggior parte degli ospedali irlandesi che hanno dichiarato, lanciando una sorta di allarme, di non essere assolutamente pronti per iniziare a praticare aborti: mancherebbero macchine a ultrasuoni, linee guida cliniche e personale addestrato. I medici hanno avuto da ridire anche sulle linee-guida del governo che consentono alle ragazze di età inferiore ai 15 anni di abortire, senza nemmeno informare od ottenere il consenso dei genitori. Nemmeno la linea telefonica messa a disposizione dal governo, per le donne che decidono di abortire, funzionerebbe adeguatamente: il Southern Star ha riferito che una testimone, rimasta anonima, avrebbe dichiarato di essere stata lasciata in attesa per 45 minuti prima che un addetto alla reception le chiedesse il suo nome e il suo numero.

Di fronte a tutto questo, ancora una volta, i pro life non sono rimasti a guardare e già sono partite le prime proteste pacifiche davanti agli ospedali in cui è possibile abortire, perché, come ha affermato uno di loro, Charles Byrne, per un’emittente locale: «gli ospedali devono tornare a essere luoghi di cura attraverso l’esercizio della compassione». Di contro gli abortisti hanno già chiesto al governo di censurare gli appelli pro vita creando “zone cuscinetto”. Si preannuncia una bella battaglia e sicuramente non finirà qui.

Manuela Antonacci

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