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Home Page > Gender > Il suicidio della trans Jessica. Un caso emblematico e allarmante
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Ha fatto molto scalpore, nei giorni scorsi, la storia di Jessica Lowe, una ragazza inglese che all’età di sette anni sosteneva d’aver capito di essere nata nel corpo sbagliato. Così, quando di anni ne aveva quindici, la ragazzina è stata accompagnata al Tavistock and Portman Centre, l’istituto fiore all’occhiello della sanità britannica nel campo della disforia di genere. Ne è seguito l’avvio di un “trattamento” che prevedeva un’attesa di circa due anni, un tunnel che – unitamente a tutta una serie di effetti collaterali sul versante sanitario – ha portato la povera Jessica al suicidio.

Una storia tragica ma purtroppo non isolata e non riconducibile, tanto per prevenire facili obiezioni, a fattori esterni quali l’omofobia e la transfobia. Non è cioè detto che, se la povera adolescente britannica avesse ultimato il processo di “cambio del sesso” in modo apparentemente riuscito, la sua esistenza sarebbe stata lieta. Lo provano studi come quelli condotti dalla Foundation for Suicide Prevention che, analizzando i dati provenienti dalla National Transgender Discrimination Survey, ha visto come fra le persone reduci da un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale i pensieri suicidi siano percentualmente 10 volte più frequenti.

La voce del buon senso Non solo. Perfino nella civilissima Svezia – presentata dai portali vicini al mondo Lgbt come «uno dei paesi più “gay-friendly” d’Europa, dove le persone omosessuali sono protette da leggi anti-discriminazione sul campo del lavoro e dei servizi pubblici» – uno studio pubblicato sull’European Journal of Epidemiology ha trovato tra le persone di orientamento non eterosessuale tassi di suicidio tre volte maggiori. Il maggiore rischio di atti autolesionistici tra le minoranze sessuali è stato rilevato anche in uno studio dell’università di Milano-Bicocca pubblicato lo scorso anno su Jama Pediatrics.

Tutto questo per dire, anzi per ribadire, che la vicenda di Jessica Lowe – che ci ricorda il bambino cresciuto come una bambina tornato uomo e finito morto suicida, David Reimer (1965-2004) – è dopotutto paradigmatica di un dramma più esteso di quello che interessa la pur allucinante attività del Tavistock Centre di Londra. Alludiamo a tutte quelle ricadute non solo psicologiche o psichiatriche, ma anche più generalmente umane, che nascono dal rifiuto della propria identità sessuale e ancor prima, in definitiva, del proprio corpo.

Da questo punto di vista, grande e terribile è il paradosso di una cultura occidentale che da una parte intona il ritornello dell’«accettati come sei» salvo poi, dall’altra, incoraggiare coloro i quali intendono “cambiare sesso” quasi fosse una passeggiata; quasi si potesse negare la propria natura profonda senza poi conseguenze. Conseguenze che poi ci sono, e sono anche dolorosissime, come dimostra la vicenda di Jessica Lowe, al pari di tante altre.

Di qui la necessità – prima di avventurarsi nel giudizio di qualsivoglia caso, dietro al quale si cela sempre e comunque una vicenda personale che sarebbe incauto giudicare – di tornare a riaffermare quel dato di natura da qualche anno diventato, chissà come mai, quasi impronunciabile: maschi e femmine si nasce. Non è cioè la cultura, bensì la natura a predisporre i binari entro cui ciascuno poi è chiamato a costruire e sviluppare la propria mascolinità o la propria femminilità. Una verità, questa, che non ci possiamo permettere, come società, di negare. Il prezzo, infatti, sarebbe altissimo.

 Giuliano Guzzo

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