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Home Page > Fine Vita > Kill Pill in Olanda, De Mari: «Viviamo in una cultura di morte, nulla ha più valore»
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«Siamo immersi in una cultura di morte, in una società che fin dalla letteratura fantasy vede la vita come qualcosa di labile, di inutile se non corrisponde a determinati canoni standard», così Silvana De Mari, dottoressa e scrittrice pro life, commenta a Pro Vita & Famiglia la notizia, di questi giorni, della proposta di una “kill pill” (una pillola eutanasica) da mettere a disposizione in Olanda a tutti i cittadini che abbiano compiuto i 70 anni di età.

In olanda è stata proposta la ‘Kill Pill’, avanzando la giustificazione che la “società vuole una pillola del genere”, cosa ne pensa?

«Si tratta di un’aberrazione del senso della vita e del valore che si dà all’esistenza. È una dimostrazione palese di come stiamo vivendo e stiamo andando verso un mondo privo di qualsiasi legame affettivo e di qualsiasi senso della vita che non sia puramente materialistico. Una vita troppo vecchia che non può produrre, che non può fornire qualcosa di utile e materiale alla società non è una vita da vivere e da continuare a mantenere. Quindi si legittima il suicidio e la fine della vita, facendola passare per una fantomatica “buona morte”. La Kill Pill rientra nella cosiddetta finestra di Overton e si rischia non solo una maggiore diffusione, ma soprattutto che sia accettata senza problemi dalla società, anche nel giro di pochi anni. E con queste premesse chi ci garantisce che non diventerà prima o poi obbligatoria per chi non rispecchia i canoni del perfetto consumatore? Viene inculcata nella mente delle persone l’idea che vivere da anziani è qualcosa di negativo, difficile, doloroso e si dà quindi una fantomatica soluzione a questo, facendo passare la Kill Pill come una liberazione, nel cosiddetto best interest della persona. Questo perché viviamo in una società dove la vita deve essere sempre perfetta e ovviamente dopo i 70 anni tutti noi iniziamo ad essere sempre più acciaccati, sempre meno efficienti. Inoltre non è solo una questione di costi per la società, ma ci sono anche motivi ideologici alla base di queste pratiche. Sempre di più la società ci vorrebbe come individui singoli, anonimi, solitari quindi sradicati da qualsiasi identità, senso di appartenenza e da qualsiasi legame».

Se questa proposta dovesse passare, può essere un pericoloso precedente per il resto dei Paesi europei e per l’Italia in particolare?

«Sicuramente sì, proprio perché, come ho detto prima, è una finestra di Overton. Quindi c’è il rischio, e in Olanda si è già ampiamente andato oltre, che questa pratica passi da impensabile, come lo era qualche hanno fa, a qualcosa di legalizzato. Il concetto introdotto da Overton, infatti, teorizza che qualsiasi idea si possa categorizzare in base all’atteggiamento dell’opinione pubblica in una delle seguenti fasi: impensabile, radicale, accettabile, razionale, diffusa, legalizzata.
Però penso che non tutto sia perduto o sia qualcosa di irreparabile, continuo ad avere l’impressione, nonostante tutto, che il vento stia cambiando. Si può fare moltissimo, non solo in Olanda ma in generale in Europa e nel nostro Paese, per cambiare rotta e per rimettere al centro una cultura della vita, una cultura che dia nuovamente valore a tutte le persone, anche e soprattutto quelle anziane. In primis si deve recuperare la cultura mainstream, che oggi vuole le persone come consumatori e clienti perfetti, basti vedere film, telefilm, romanzi, pubblicità in tv e nelle riviste. La comunicazione continua a inculcare al pubblico l’idea che la vita anziana è qualcosa di cui doversi liberare prima o poi, così come avviene per l’aborto, per il divorzio, per la stabilità delle relazioni».

Perché si è arrivati a questo secondo lei? Perché la società dovrebbe considerare chi ha oltre 70 anni come una possibile vita da far finire?

«Penso che noi siamo immersi in una cultura di morte, questo lo si può vedere in una cosa molto banale ma allo stesso tempo veritiera come la letteratura fantastica, perché è un tipo di letteratura che racchiude sempre la realtà storica del periodo in cui viene prodotta. Siamo pieni di storie horror, di vampiri, di zombie, di mostri, abbiamo solamente metafore di morte. In più siamo una società che ormai può dirsi post-cristiana, dove si fanno affermazioni a-scientifiche, come il concetto che ogni essere vivente è un ammasso casuale di cellule. Questo porta allo svilimento della vita, perché se siamo tutti quanti un concentrato di cellule e atomi frutto del caso, allora nulla ha più valore. Pensiamo al feto, che ormai ha valore solo se la madre lo desidera o se lo desiderano degli eventuali acquirenti dell’utero in affitto. Allo stesso modo la persona anziana ormai viene vista come un costo, come un peso, come una vita che ha perso valore. Uno smarrimento del valore della vita che porta anche alla perdita totale dei legami affettivi nelle famiglie e si arriva quindi a chiedersi per quale motivo valido far vivere un settantenne, come appunto in Olanda».

Salvatore Tropea

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