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Home Page > Aborto > La gravidanza dopo uno stupro: non per tutti l’aborto è una soluzione
Ashley-Judd_stupro

C’è chi lo invoca come unico possibile rimedio alla violenza subita, come ha fatto senza mezzi termini, l’attrice Ashley Judd, ospite della decima edizione di Women in the World Summit che ha descritto l’esperienza dell’aborto seguita a una violenza sessuale, come una sorta di sollievo. «Ho abortito e sono enormemente grata di averlo potuto fare in maniera sicura. Non avrei mai potuto condividere il bambino con uno stupratore, che avrebbe potuto far valere i propri diritti di paternità», ha detto Judd all’interno di un racconto crudo della propria esperienza, durante il quale ha rivelato di essere stata vittima per ben 3 volte di violenza sessuale.

La voce del buon senso Ma in realtà, il racconto dell’attrice è stato adeguatamente inserito immediatamente dopo alcune notizie diffuse dalla moderatrice del Summit riguardo le misure che certi Stati americani stanno prendendo per limitare il più possibile le stragi di innocenti legate alle interruzioni di gravidanza. In particolare il riferimento è alle proposte di legge avanzate in Ohio, Mississipi, Iowa, miranti a vietare l’aborto dopo il primo battito cardiaco  rilevabile, che può essere  intercettato già a cinque o sei settimane dalla gravidanza. Infatti non tutte le donne che hanno subito violenza sono grate dell’aborto o hanno sentito la necessità di ricorrervi. Anzi, ci sono molte testimonianze in cui la gravidanza portata avanti nonostante fosse frutto di uno stupro, ha ridato speranza e coraggio alla donna che aveva subito la violenza.

È il caso di Jennifer Christie la quale, stuprata durante un viaggio di affari e scopertasi incinta pochi mesi dopo, ha dichiarato di non aver voluto reagire alla violenza subita con un’altra violenza e di aver immediatamente deciso di tenere il suo bambino. Spiazzanti le parole di Christie: «Se la vita davvero ha un valore, allora non ci possono essere eccezioni». E, nonostante si ritenga comunemente che il figlio concepito durante uno stupro rappresenti il ricordo costante di quel terribile evento, Jennifer non la pensa così e anzi sostiene: «Non ho mai sentito una madre il cui figlio è stato concepito in uno stupro affermare che le ha ricordato l’aggressione subita. Mio figlio, semplicemente, mi ricorda che il bene trionfa sempre sul male, che l’amore è più forte dell’odio e che la nostra umanità non è determinata dal modo in cui siamo stati concepiti».

Testimonianze come questa sono fondamentali oggi che il tema della gravidanza a seguito di uno stupro è usato come apripista per la legalizzazione dell’aborto in molti Paesi e come ha lucidamente sottolineato la stessa Christie: «Si parla dell’1% dei bambini, quelli concepiti in seguito a una violenza sessuale, per creare una legge che massacri il restante 99%».

Manuela Antonacci

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