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Home Page > Aborto > La maggioranza delle coppie che fanno nascere bimbi malati non lo rimpiange
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Una condizione di disabilità diagnosticata in un feto è sempre devastante. Molti ritengono sia un motivo legittimo per abortire ma nuovi studi dimostrano che la stragrande maggioranza delle coppie che portano questi bambini alla nascita sono contenti di averlo fatto, e ne risultano anche dati più positivi per loro in termini di come si sentiranno successivamente.

Una recente ricerca, che ha coinvolto più di 400 genitori, ha dimostrato che oltre il 97% di loro non ha rimpianto di aver proseguito una gravidanza affetta da una patologia fetale. Ciò conferma studi precedenti. Le ricerche condotte presso il Centro medico della Duke University hanno rilevato che esiste un «beneficio psicologico per le donne nel continuare la gravidanza dopo la diagnosi prenatale di un difetto fetale letale». Lo studio ha coinvolto 158 madri e 109 padri. Ha scoperto che le donne che avevano abortito «avevano molte più probabilità di riferire sentimenti di disperazione, evasione e depressione rispetto alle donne che continuavano la gravidanza». Ciò potrebbe essere dovuto a diversi fattori. I ricercatori ipotizzano che la continuazione della gravidanza conceda più tempo alle donne per rielaborare la sofferenza e alla fine raggiungere l’accettazione della diagnosi. Inoltre, possono ricevere più sostegno da familiari e amici poiché la perdita del loro neonato è più visibile e accettabile.

Sintomi psichiatrici come lo stress post-traumatico, il dolore e la depressione sono comuni dopo una perdita di gravidanza dovuta ad anomalie fetali ma quasi tutte le donne che decidono di partorire, non si pentono della loro scelta. «Continuare la gravidanza consente maggiori opportunità di trovare un senso e creare memoria, come l’opportunità di stringere il bambino e prendersene cura, scattare fotografie, formare altri ricordi e magari partecipare alla ricerca, alla donazione di tessuti od organi, ognuno dei quali può contribuire positivamente al processo di elaborazione del lutto».

L’analisi ha mostrato che «colpa ed elusione sono state riscontrate più spesso in donne che l’hanno interrotta», mentre la continuazione della gravidanza è stata associata a un minore disagio psichiatrico. «La scelta attiva che l’interruzione comporta, sembra aumentare la probabilità che la colpa venga vissuta, anche nel caso di anomalie fetali letali».

Un altro studio qualitativo riguardante genitori che non hanno abortito i loro figli disabili, pubblicato sul Journal of Prenatal Psychological Health, afferma che «contrariamente alla comune reazione della società in cui ci si concentra su ciò che di sbagliato ha il bambino, questi genitori si sono concentrati su tutto ciò che è positivo dei loro bambini». L’articolo descrive come la loro esperienza genitoriale sia stata accelerata e compressa, sapendo che il tempo da trascorrere con il loro bambino sarebbe stato breve e imprevedibile. Alcune coppie hanno creato opportunità per loro, e le loro famiglie, di interagire con il bambino quando era ancora nell’utero, con l’aiuto di macchine a ultrasuoni. La maggior parte pianificò attentamente la nascita, i funerali e talvolta il battesimo del loro bambino.

Tutti i genitori «hanno espresso la sensazione di dover essere il più vicino possibile al loro bambino», sotto forma di intimità fisica e anche di godersi il tempo limitato ma prezioso con il proprio bimbo. Concentrare il loro amore sul momento presente e anche sulla memoria ha permesso loro di trovare un senso nella propria sofferenza.

Uno studio del Medical Center dell’Università di Rochester menziona il trattamento spesso insensibile da parte degli operatori sanitari. «I genitori erano spesso sorpresi che i medici non fossero in grado di capire i loro bisogni. Questo risultato è coerente con il lavoro precedente che mostra che alcuni medici mettono in dubbio la decisione dei genitori di continuare la gravidanza». Un altro studio ha rilevato che la maggior parte dei genetic counsellor, che offrono assistenza a famiglie affette da malattie genetiche, ha menzionato l’aborto come un’opzione (83%), ma solo il 37% ha discusso la continuazione della gravidanza e il 13% ha presentato l’adozione come alternativa all’aborto. Ciò conferma quel che spesso dicono le famiglie che hanno avuto esperienze simili, ossia che si sentono pressate ad abortire.

Lo studio della Duke University ha anche indagato sul sostegno psicosociale fornito dalle comunità religiose ai genitori in lutto. Hanno messo a confronto le persone coinvolte in attività religiose organizzate (Ora), come la partecipazione a celebrazioni in chiesa, con coloro che invece esprimevano la loro religiosità più individualmente, in attività come preghiere personali, meditazione, ecc. (Nessuna attività religiosa organizzata o Nora). Hanno scoperto che «mentre l’Ora e il Nora sono associati alla continuazione della gravidanza, solo l’Ora è stato associato a un [buon] risultato psicologico … Mentre le attività religiose organizzate (Ora) aumentavano, diminuiva il dolore riportato». I ricercatori ipotizzano che frequentare la chiesa o altri incontri sacri contribuisca a ridurre il dolore conseguente alla perdita della gravidanza, probabilmente grazie al sostegno fornito dalle comunità religiose.

Tutti questi studi dimostrano che anche se il loro bambino è condannato a morire, coloro che non scelgono l’aborto vivono esiti più positivi. Questi genitori trasformano la loro tragedia in un’occasione profonda e intima per incontrare, abbracciare e amare il loro bambino.

Angelo Bottone

Pubblicato su: IonaInstitute

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