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Home Page > Fine Vita > Morti che ritornano in vita: il CT del Copenaghen
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La storia dell’allenatore della squadra di Copenaghen, Solbakken (nella foto), ha indotto la Lega Antipredazione Organi a rilasciare il seguente comunicato stampa. Dato che si tratta di una questione di vita o di morte, lo rilamìnciamo volentieri.

Il problema del fine vita è quanto mai delicato e la questione dei trapianti e il prelievo di organi da persone in vita, col cuore che batte, è inquietante. In questo caso, invece, è provato che una persona può essere ancora in vita, anche se il cuore non batte più per alcuni minuti.


Scrive Goal.com, 23 agosto 2018: «Era il 13 marzo 2001 e Solbakken, che giocava da centrocampista proprio nel Copenaghen e aveva 33 anni, ebbe un arresto cardiaco in campo durante l’allenamento con la squadra danese. Subito scattò l’allarme: il medico del club. Frank Odgaard, praticò immediatamente un massaggio cardiaco, dopo 8 minuti arrivò l’ambulanza.

Le speranze che Solbakken potesse farcela erano di fatto nulle, tanto che lo stesso Odgaard dichiarò Solbakken, fra lo sgomento generale, “clinicamente morto”. Il suo cuore aveva smesso di battere, ma ecco che nel tragitto dal campo all’ospedale, dopo altri 7 minuti, accadde il miracolo: le pulsazioni ripresero, Solbakken tornò in vita.

Arrivato all’ospedale, gli fu poi riscontrato un difetto cardiaco e gli fu impiantato un pace maker. Il Copenaghen non si è mai dimenticato di lui e nel 2006 lo ha voluto alla guida della squadra (…)»

La voce del buon senso Questo episodio dimostra che il paziente in arresto cardiaco va curato e non si deve mai mollare anche se la situazione è disperata, cosa che è in genere garantita per le persone importanti.

Molto meno per il popolo, anzi sotto la pressione del procacciamento di organi per trapianto (che la legge vincola da individui in cosiddetta “morte cerebrale” a cuore battente) sopravanza anche in Italia, contro legge, un utilitaristico trattamento preparatorio all’espianto esteso a pazienti in arresto cardiocircolatorio in base a tempi fortemente ridotti (tra 1/5 minuti).

Pratica che l’Italia sta imitando da altri paesi ma posta sotto critica dal Cnb (Comitato Nazionale di Bioetica) che sottolinea che “il paziente possa ancora ‘essere vivo’, non essendo sufficiente il brevissimo lasso di tempo intercorso dall’arresto cardiaco per dichiarare la perdita irreversibile delle funzioni dell’encefalo”. Se tale pratica prendesse piede si tradurrebbe nella regola del “donatore morente”.

Anche in Italia i Centri di potere trapiantistico hanno sviluppato un protocollo autoritario da applicare illegalmente a persone in arresto cardiaco reputate “precocemente” senza speranza.

Li chiamano “donatori a cuore fermo” e a livello internazionale NHBD (Non Heart Beating Donor) ovvero ‘donatori a cuore non battente’ ma cervello vivo. Sono pazienti che sulla base di un giudizio affrettato di prognosi infausta sono guardati come banca d’organi e tessuti. Quello che non viene detto è che l‘immediata, invasiva e dannosa preparazione all’espianto con circolazione extracorporea (ECMO) che ossigena gli organi (mentre è ostacolato l’afflusso di sangue al cervello), precede l’accertamento di morte cardiaca che per legge è dichiarata dopo 20 minuti di riscontro elettrocardiografico. Allo scadere dei 20 min. può essere eseguito l’atto finale di asportazione di organi e tessuti. Il procacciamento è più facile sui ricoverati in terapia intensiva, ma altre situazioni più comuni possono coinvolgere i cittadini. Quindi allerta!

Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi e la Morte a Cuore Battente

www.antipredazione.org

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Un Commento, RSS

  • Paolo Caminati

    dice su:
    05/09/2018 alle 21:25

    Dove sono quelli che blaterano continuamente di “diritti”? Come Cappato & c…

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