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Home Page > Notizie dal mondo > Pedofilia: un “disturbo”, non un crimine
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Già da parecchio tempo abbiamo raccolto segnali preoccupanti circa il lento, inesorabile e surrettizio lavorio delle forze del male, teso allo sdoganamento della pedofilia.

Basti rileggere qui, o qui, o qui, oppure il numero dedicato della nostra rivista mensile, Notizie ProVita (se scrivete “pedofilia” nel nostro motore di ricerca troverete infiniti rimandi, purtroppo).

Dicevamo che il lavoro del partito dei pedofili è incessante e paziente. Tra gli intellettuali e cattedratici che hanno sposato la mala causa, Tommaso Scandroglio sulla Nuova Bussola Quotidiana ha recentemente segnalato Margo Kaplan, docente alla Rutgers School of Law di Camden.

La professoressa ha scritto un articolo sul New york Times intitolato “Pedofilia: un disturbo e non un crimine” (Pedophilia: A Disorder, Not a Crime).

E’ interessante notare, con Scandroglio, come la tecnica usata per legittimare i pedofili sia la stessa che è stata messa in pratica per la legittimazione dell’omosessualità.

“Un primo passo per rendere accettabile una condotta o una condizione è affermare che non è poi così rara. Scrive la Kaplan: «Secondo alcune stime, l’1 per cento della popolazione maschile continua, molto tempo dopo la pubertà, a sentirsi attratto da bambini in età prepuberale». … la pedofilia è quindi una realtà sociale, un fenomeno che esiste ed esiste accanto a noi”.

Intanto già da tempo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dice che la pedofilia è un disturbo se «provoca un disagio o difficoltà interpersonali». Quindi un pedofilo sereno non soffre di alcun disturbo; se il bambino è “consenziente”, il “disturbo” magicamente scompare.

Secondo passo: «la pedofilia è uno stato e non un atto. […] Circa la metà di tutti i pedofili non sono sessualmente attratti da loro vittime» dice la professoressa. Quindi la metà dei pedofili sono persone per bene, che i bambini neanche li toccano (ma se non ne sono attratti sessualmente che pedofili sono? Ci vuole far credere che tutti coloro che amano i bambini – educatori, intrattenitori, baby sitter – sono pedofili?).

Bludental

E poi: «Un pedofilo deve essere ritenuto responsabile per il suo comportamento, non per l’attrazione sottostante». Da un punto di vista penale, siamo d’accordo. Ma sappiamo che questa distinzione tra atti e inclinazioni, in sé legittima, se non si ribadisce contestualmente che anche l’inclinazione è disordinata, può servire a “naturalizzare” l’attrazione, a renderla “inevitabile”, e quindi alla lunga giustificare anche i comportamenti che da quella inclinazione scaturiscono.

Altra chicca: «Un secondo malinteso è che la pedofilia è una scelta. Recenti ricerche […] suggeriscono che il disturbo può avere origini neurologiche». Commenta Scandroglio: “Affermare che la pedofilia non è una scelt, ma una condizione, è la stessa motivazione spesa per legittimare l’omosessualità. In sintesi: se sei nato così oppure se è la conformazione del tuo cervello che ti porta a compiere atti pedofili tu non sei responsabile dei tuoi atti. É il tuo Dna o le tue sinapsi che ti costringono ad abusare sui bambini, attraverso una coazione di carattere ormonale e psichico invincibile. Ergo tu non sei colpevole di eventuali abusi. Il determinismo empirista predica in buona sostanza la morte della libertà e quindi della responsabilità morale e penale. Il passaggio per dire che la pedofilia è condizione naturale – proprio perché inscritta nel Dna e nel cervello – è dietro l’angolo”.

Terzo passo: “La Kaplan racconta di persone che sentono l’impulso di molestare un bambino, ma si trattengono. Costoro «devono nascondere il loro disturbo a tutti», spiega la Kaplan, «altrimenti rischiano di perdere opportunità di lavoro e di formazione […]. Molti si sentono isolati, alcuni pensano al suicidio. Lo psicologo Jesse Bering, autore di “Perv.: la devianza sessuale in tutti noi”, scrive che le persone affette da pedofilia “non vivono la loro vita nell’armadio; stanno eternamente accovacciati in una panic room”». Il pedofilo come soggetto discriminato dalle persone e dalle leggi”. Insomma, spunta fuori l’ingiusta discriminazione di chi è costretto a nascondere il suo “essere”… magari tra un po’ cominceremo a piangere per il suicidio di qualche pedofilo che non poteva più sopportare la “pedofobia” di questa società intollerante, bigotta e catto-fascista…

Lasciamo la conclusione e il riassunto a Scandroglio: la pedofilia, quindi, “è un fenomeno sociale non così marginale e come tale dobbiamo farci i conti; è un disturbo solo se provoca disagio al soggetto o a terzi, non di per se stessa; la pedofilia va impedita solo se sfocia in condotte conseguenti; non è colpa del pedofilo se abusa dei bambini perché è madre natura che lo ha fatto così; i pedofili vivono una vita da ghettizzati, non discriminiamoli. Un film dell’orrore già visto”.

Redazione

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2 Commenti, RSS

  • Riccardo Lanni

    dice su:
    16/07/2015 alle 19:44

    Un bambino non può mai essere considerato consenziente a pratiche sessuali che coinvolgano anche un adulto, e io (come tutti, del resto) condanno fermamente ogni atto di questo tipo.
    Ciò non mi impedisce tuttavia di distinguere un crimine da un disturbo. Lo stupro va punito severamente, specialmente se ai danni di un bambino, ma ciò non vuol dire che si possa etichettare come mostro chi dai bambini è attratto ma mai e poi mai alzerebbe un dito su di loro: si è colpevoli di ciò che si fa, non di una condizione che non si sceglie e non si può in nessun modo modificare.
    Nell’articolo che avete linkato, nessuno ha infatti cercato di giustificare l’abuso di minore, né di sostenere che i bambini possano essere consenzienti.

    In ultima analisi: La pedofilia è una malattia. Ma un malato (quando non commette nessun crimine) va capito e aiutato, non certo criminalizzato per il solo fatto di esistere.

    • Alessandro Fiore

      dice su:
      16/07/2015 alle 20:26

      Vero che bisogna distinguere tra il comportamento criminale e l’inclinazione in sé e che avere quell’attrazione non rende automaticamente criminali: infatti l’articolo ribadisce la “legittimità” della distinzione. Il problema è l’insieme del discorso, la direzione che sembra prendere e la somiglianza impressionante con gli argomenti adottati nel caso dell’omosessualità. Le dichiarazioni della Kaplan devono essere lette tenendo in mente sia le “fughe” in avanti dell’APA che il famoso convegno di Cambridge (mi sembra) in cui la pedofilia veniva descritta in termini molto favorevoli.
      Il problema sta soprattutto nelle affermazioni sull’origine neurologica (e non tanto psicologica) della pedofilia, che può portare a riqualificare anche gli atti pedofili come “inevitabili” e a eliminare la dimensione di responsabilità (“tanto me lo fa fare il cervello”), e nelle affermazioni come: “[i pedofili] devono nascondere il loro disturbo a tutti», spiega la Kaplan, «altrimenti rischiano di perdere opportunità di lavoro e di formazione […]. Molti si sentono isolati, alcuni pensano al suicidio.” che dà l’impressione che siano soprattutto “vittime” e che non dovrebbero necessariamente reprimere i loro impulsi.

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