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Home Page > Aborto > Sopravvissuto a un aborto, viene lasciato morire
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Ricordate la storia di Gianna Jessen, la famosa attivista che ha ispirato anche il film October Baby, la quale ha raccontato la sua testimonianza in molte città d’Italia grazie ai tour organizzati da Pro Vita? Gianna è sopravvissuta a un aborto per iniezione salina perché il medico preposto allo strangolamento dei sopravvissuti all’aborto non era lì quel giorno.

La voce del buon senso Il portale Live Action ci riporta una storia simile ma senza il lieto fine: alla ventunesima settimana di gravidanza, alcuni medici inglesi informarono una coppia, i signori Khan, che al loro bambino era stata diagnosticata la spina bifida. Questa causa delle disabilità fisiche, ma con i trattamenti moderni, che comprendono anche operazioni già nel ventre materno, i bambini affetti hanno buone possibilità di miglioramento. I medici insistettero con l’aborto e la coppia diede l’assenso. Come riporta il Bolton News:

«La signora Khan si è recata al St Mary’s Hospital di Manchester per porre fine alla vita del bambino. Ciò ha comportato l’iniezione di una sostanza chimica nel cordone ombelicale e questo è stato realizzato il 16 febbraio dal dottor Philip Bullen. Il dottor Bullen ha detto di aver ascoltato il battito cardiaco, ma non è riuscito a sentirlo prima di aver mandato la signora Khan al Royal Bolton Hospital dove è stato indotto il parto».

Quando il bambino si trova in uno stadio più avanzato di gravidanza, per effettuare l’aborto viene iniettata una soluzione chimica nel cuore o nella testa del bambino, oppure, come in questo caso, direttamente nel cordone ombelicale. Viene poi indotto il parto e il bambino nasce morto. Ma in alcuni casi, come nel caso di Gianna e come in questo, non accade così. La Vita è più forte della morte.

Il medico si aspettava che il bambino, una volta nato, fosse morto, ma la signora Khan aveva detto a un’ostetrica che prima del parto sentiva il bambino muoversi. Il piccolo nacque vivo e in lacrime nelle prime ore del mattino del 17 febbraio 2018. Fu chiamato Mohammed Rehman Ahmed e morì poco dopo, senza nessuna assistenza medica, per i danni causati dal tentativo di aborto. Dopo che il medico seppe quanto era successo, dichiarò: «È necessario redigere delle nuove linee guida dopo la morte di Mohammed, che includono l’ascolto del battito cardiaco più a lungo»Questo gli avrebbe permesso di determinare in futuro se era necessaria un’altra iniezione per assicurarsi che il bambino morisse direttamente nel grembo materno.

C’è stato anche un altro caso simile, accaduto in Polonia il 7 Marzo 2016, quando un bambino di 24 settimane con la sindrome di Down nacque vivo da un tentativo di aborto, e fu lasciato agonizzante e piangente per un’ora prima di morire, senza l’intervento di nessun medico.

All’industria dell’aborto dà fastidio vedere che ci possono essere dei sopravvissuti. Ma a volte questo accade ed è necessario “nascondere le prove”. Secondo le parole del dottor Willard Cates, ex capo del gruppo Abortion Surveillance del Cdc, Centers for Disease Control and Prevention, «nessuno è così ingenuo da pensare che, nel clima attuale, vi sia una segnalazione volontaria ed affidabile dei nati vivi». Ha stimato che solo negli Stati Uniti si verificano ogni anno tra 400 e 500 casi di bambini nati vivi, ma i numeri sono ovviamente indicativi e potrebbero essere anche più alti.

Il Daily Mail ha riportato che in un solo anno, nel Regno Unito, ci sono stati 66 casi di bambini lasciati morire dopo un tentativo di aborto fallito, uno addirittura sopravvissuto dieci ore, metà per un’ora. Questi bambini interrogano le coscienze di tutti, soprattutto di coloro che promuovono l’aborto su scala globale, e ci fanno comprendere l’orrore e la tremenda ingiustizia dell’aborto.

Chiara Chiessi

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