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È risaputo che varie legislazioni statali in materia di aborto, intensificano la tutela del concepito man mano che si avvicina il momento del parto, seguendo una parabola il cui discrimine è spesso dato dalla viabilità del feto, cioè dalla sua capacità di vita fuori dal grembo materno. Notiamo subito, en passant, che detta viabilità dipende da una serie di circostanze: dal progresso delle conoscenze scientifiche, alla qualità delle apparecchiature a disposizione, alla competenza del personale sanitario. Nell’ultimo mezzo secolo gli sviluppi della neonatologia hanno abbassato sempre di più la soglia di viabilità; e le prospettive di evoluzione sono tali che qualcuno ipotizza la possibilità di arrivare a operare interruzioni di gravidanza senza sacrificare la vita del bambino (purché la legge imponga, come da noi, l’obbligo di assistenza del prematuro viabile).

Ecco perché l’argomento della viabilità è usato spesso dai pro life nella battaglia politica, per sensibilizzare sempre più i legislatori cercando di ottenere restrizioni maggiori alle leggi abortiste che non si può sperare di abrogare. Questa situazione è mal vista da quei pro choice che proprio non ne vogliono sapere di veder scalfire il totem dell’aborto, come ad esempio Jessica Glenza, giornalista che ha firmato un articolo su The Guardian dal titolo How anti-abortion activists use cutting edge science to justify ever stricter laws (Come gli antiabortisti usano la scienza d’avanguardia per giustificare leggi sempre più restrittive).

Vi si intervista Edward Bell, neonatologo dell’università dell’Iowa, a proposito dei progressi del settore: «Abbiamo visto», dischiara il medico, «la soglia della viabilità spostarsi di circa una settimana indietro ogni decennio, più o meno. Quando ho iniziato, negli anni ’70, c’erano alcuni bambini di 28 settimane, e di tanto in tanto un bambino di 27 settimane che sopravvivevano [oggi siamo intorno alle 20 settimane, ndr]». Perciò Bell definisce la viabilità del feto come “un bersaglio mobile”; e aggiunge: «Siamo arrivati al punto che in molti luoghi si può avere un aborto legale, in un’ala dell’ospedale, di un bambino che può essere un paziente nell’unità neonatale in un’altra parte dell’ospedale, e avere buone possibilità di sopravvivenza. E questo è inaccettabile per alcune persone» (sic!). Conclusione che lascia sbalorditi: constatare come un essere umano possa essere trattato da paziente o da rifiuto ospedaliero in base al “sì” o “no” della madre, dovrebbe ripugnare alla ragione di chiunque, ma tant’è…

Si rivela, a questo punto, la preoccupazione della giornalista: «Alcuni legislatori conservatori sembrano credere che la neonatologia sia una chiave potente per rallentare l’accesso delle donne all’aborto». Le risponde Carol Tobias, presidente del National Right to Life Committee: «È solo che ogni volta che c’è una sorta di sviluppo, avanzamento o scoperta, si rafforza la nostra posizione. Ci sono nuove informazioni che useremo sicuramente e cercheremo di educare il pubblico».

Tuttavia c’è un aspetto della questione che raramente viene messo in luce e invece merita di essere ricordato: la noncuranza verso la vita fino al momento della viabilità del feto non è altro che la traduzione moderna dell’antica concezione del feto come pars ventris della madre. Il paradosso di questa tutela “progressiva” sta nella maggiore protezione accordata al “concepito fuori dal grembo”, a fronte dell’indifferenza verso il concepito nel grembo, che non sarebbe mai in grado di sopravvivere fuori, e che perciò dipende ancor di più dalla madre e quindi è maggiormente bisognoso di cura.

A parte il fatto che il bambino nel grembo fin dai primi istanti è un soggetto “autonomo”, perché si autodetermina fin dal concepimento (il bambino all’inizio “dipende” dalla madre molto più che dopo la nascita: ma continua a “dipendere” dalla mamma per quanto tempo, dopo che è nato?), ma la dignità dell’uomo non cambia in base all’età, tantomeno all’età prenatale.

Vincenzo Gubitosi

Fonte: The Guardian

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