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Home Page > Gender > Violenza sulle donne,  Parlamento europeo e gender diktat
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Lo scorso 11 settembre, il Parlamento europeo ha approvato un importante documento contenente una serie di misure preventive contro la violenza sulle donne, invitando gli Stati membri a monitorare l’applicazione delle direttive che vietano, combattono e prevengono il mobbing e le molestie sessuali sul luogo di lavoro, negli spazi pubblici, nella vita politica dell’UE, fino alle molestie online.

Le forme di violenza sulle donne e di discriminazione elencate nel documento sono molteplici: si va dalle molestie sul posto di lavoro a cui certe professioni sarebbero più esposte (assistenza sanitaria, servizi di emergenza pubblici, politica, istruzione, trasporti, lavoro domestico e il settore tessile) fino alle molestie “per maternità” che vanno intese, come si legge testualmente come le «varie forme di lavoro non retribuito nelle economie formali e informali (come l’agricoltura di sussistenza, la preparazione del cibo, la cura dei bambini e degli anziani) e una serie di meccanismi di esperienze di lavoro (ad esempio tirocini stage e volontariato)» che risultano svalutativi rispetto all’impegno profuso. Questo punto è molto importante: oggi una discriminazione vera nei confronti delle donne è quella contro le madri: la conciliazione lavoro famiglia è estremamente difficile e per nulla supportata dalle leggi e dai regolamenti. È importante che si riconosca questa forma di discriminazione, e che si  combatta.

È interessante notare come un tale (giustissimo) allarme rispetto alla negazione dei molteplici ruoli che la donna riveste all’interno della società (in primis nella sua doppia veste di madre e lavoratrice) e alle violenze sessuali che le donne europee continuano a subire oggi (secondo i dati Eurostat dal 2008 al 2015 a registrare il maggior numero di violenze sessuali è la Svezia (!)* con 178 crimini di questo tipo ogni 100mila abitanti. A seguire, la Scozia 163, l’Irlanda del Nord 156, l’Inghilterra e il Galles 113 e il Belgio 91) provenga proprio da un organo legislativo che ormai da molti anni è impegnato a promuovere e a diffondere una mentalità e una concezione della donna e dell’uomo che contiene in sé la violenza per eccellenza: quella dell’ideologia.

Si pensi, in particolar modo, alle continue disposizioni che dal 2012 il Parlamento europeo ha adottato per diffondere una concezione antropologica, quella dell’indifferentismo sessuale che nega l’identità stessa del maschile e del femminile, definendole solo due tra le infinite varianti “di genere” tra le quali ognuno di noi può scegliere, degradandole, così, a semplici opzioni, prive di qualunque peso personale e sociale. Seppure quelle diffuse dal Parlamento europeo non siano norme vincolanti per gli Stati membri, tuttavia il lavoro “culturale” contro la  famiglia, pro “diritti” LGBTQIA(…), aborto ed educazione sessuale, portato avanti, è costante e mira a modificare l’opinione pubblica, ben sapendo che i media assicurano ampio supporto a questa strategia.

Passando dunque in rassegna le disposizioni dell’11 settembre scorso, emerge che, nonostante presentino un’accurata e lunga casistica all’interno della quale vengono annoverate le violenze contro le donne, tuttavia non contengono nemmeno un accenno alla radice di tale fenomeno.
Viene da chiedersi, allora, se non viviamo più in una società patriarcale (considerata da sempre la causa della condizione di oppressione in cui per anni è vissuta la donna), quale sia oggi la causa di tali violenze. L’origine potrebbe essere individuata proprio nel soggetto da cui parte questa denuncia.

È sorprendente, infatti, che ci si meravigli di fronte al moltiplicarsi dei casi di violenza in una società in cui si è fatto ogni sforzo, a livello culturale e mediatico, per perpetrare la prima e la più grave di tutte le violenze ovvero quella della distruzione di ciò che di più intimo e basilare un individuo possa avere: la propria identità sessuale (“gender”). Il primo affronto contro la donna, oggi, consiste proprio nel non riconoscerla più come tale e da ciò derivano tutte le altre forme di molestie e di discriminazione che negano la donna nella sua unicità, in particolar modo nel suo essere portatrice di vita a più livelli e in più modi e nel suo ruolo sociale prezioso ed insostituibile legato anche alla sponsalità e alla maternità, definite oggi, proprio da chi promuove politiche di non discriminazione come “stereotipi e pregiudizi”.

È necessaria, dunque, accanto all’importante prevenzione della violenza femminile, una revisione seria, anche e soprattutto nell’ambito delle politiche europee, dell’idea di donna e di uomo che esse diffondono perché la prima forma di dignità negata è proprio quella dell’identità, così come certo “totalitarismo antropologico” impone.

Manuela Antonacci

*Abbiamo in altre occasioni sottolineato come la maggior violenza sulle donne avviene nei Paesi “avanzati” che hanno da anni recepito le istanze dell’ideologia gender e dell’emancipazione femminile. Abbiamo anche spiegato che il dato non risente del fatto che nei paesi nordici le donne sono più emancipate e quindi denunciano di di più le violenze: i numeri sono talmente grandi che anche correggendo le percentuali, ai paesi dominati dall’ideologia gender  resta il triste primato.

La voce del buon senso

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Un Commento, RSS

  • Martino Di Matteo

    dice su:
    16/09/2018 alle 12:52

    In disaccordo, assolutamente!!! Sul documento di identità bisogna riportare il genere biologico non invenzioni contro natura

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