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Home Page > Notizie dal mondo > Vittima di violenza sessuale: affrontare il mio aborto è peggio dello stupro
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L’Irlanda, uno dei pochi paesi che ha da sempre difeso le donne e i bambini dicendo no all’aborto legalizzato, ha visto la questione molto dibattuta nel corso degli anni.

Recentemente l’Irlanda sta combattendo con una legislazione che si presenta come a tutela della vita durante la gravidanza, quando in realtà sarebbe invece un attacco diretto alla vita nascente e aprirebbe le porte a una reinterpretazione della costituzione irlandese riguardo all’aborto.

Come Norma McCorvey, la “Jane Roe” di Roe Vs. Wade, che è stata utilizzata senza scrupoli da parte degli avvocati – nel 1970 – come un burattino nella lotta per ottenere l’aborto legalizzato negli Stati Uniti, “Miss C”, che ha subito un aborto forzato per volere della sua nazione, è stata usata e gettata dal sistema legale irlandese per promuovere un’inquietate agenda politica sull’aborto, che nulla aveva a che fare con lei o il suo benessere.

L’ironia è che il suo benessere è stato propagandato come la ragione per quello che era in realtà un aborto forzato. Come molte donne che affrontano un aborto dopo lo stupro, Miss C dichiara all’“Independent” che l’aborto le ha causato più problemi e angoscia rispetto allo stupro brutale di cui è stata vittima:

“Per me l’aborto è stato più difficile da affrontare rispetto allo stupro.

Ti colpisce solo dopo che hai avuto altri bambini. Non dimentichi mai il bambino che hai abortito. Ci pensi ogni giorno. Qualsiasi donna che abortisce si rende conto di tutto questo solo quando diventa mamma.

Non volevo diventare mamma a 13 anni, ma ora mi rendo conto che la mia bambina non meritava di morire. Mi sarebbe piaciuto poterla dare in adozione a qualcuno che avrebbe voluto figli e non poteva averli. Lei oggi sarebbe un’adolescente, e forse potremmo essere amiche, anche se lei non mi avrebbe chiamato “mamma”.

Il fatto. Nei primi anni ‘90 una giovane ragazza irlandese (Miss X) rimane incinta e minaccia di suicidarsi se non le verrà concesso di recarsi in Inghilterra per abortire. Il Tribunale le impone un divieto di espatrio di nove mesi che le impedisce di lasciare il Paese. La decisione di trattenerla in Irlanda è impugnata, e il giudice d’appello stabilisce che nei casi in cui una donna incinta minacci il suicidio, allora è consentito concederle di potersi recare all’estero per abortire. Questo cinque anni prima dello stupro di Miss C.
Miss C è una bimba di 13 anni, zingara, figlia maggiore di una famiglia numerosa. Non è scolarizzata, e ha trascorso la maggior parte del suo tempo ad aiutare la sua famiglia. E’ stata rapita e brutalmente violentata da un uomo per il quale ha lavorato come babysitter, mentre la riportava a casa dopo una notte passata a casa di lui per lavoro.

Dei funzionari irlandesi vengono a sapere dello stupro, portano Miss C lontano dalla famiglia e la danno in affidamento a un’altra famiglia di zingari. Notando dei chiari segni di gravidanza, la ragazza si sottopone a un test; gli esiti sono positivi. Nell’intervista citata sopra, Miss C ricorda che non sapeva nemmeno che cosa fosse una gravidanza, e addirittura non sapeva in che modo fosse potuta rimanere incinta. Dice che se le fosse stata data la possibilità di scegliere, avrebbe dato la sua bambina a una famiglia adottiva. Ma indipendentemente dal suo benessere o dalla sua volontà è stata invece portata in Inghilterra dalle autorità irlandesi, che le hanno spiegato molto poco di quello che stava succedendo, e solo dopo essere stata costretta a subire un aborto le è stato spiegato che la sua bambina era ormai morta.

Miss C è consapevole del fatto di essere stata vittima di uno stupro, ma oggi lamenta più i devastanti effetti a lungo termine che l’essere costretta ad abortire la sua bambina hanno avuto sulla sua vita.

Traduzione a cura di Alberto Calabrò

Clicca qui per leggere l’articolo originale pubblicato da LifeNews

Fonte: LifeNews

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