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Home Page > Aborto > Aborto, parla Meluzzi: “La mia esperienza come medico”
Meluzzi, aborto

Da Papa Francesco è arrivato un forte appello contro l’aborto, per la difesa della vita umana.

Il pontefice nell’udienza generale del mercoledì in Piazza San Pietro ha utilizzato termini molto decisi sull’aborto, arrivando a dire esplicitamente che «è come affittare un sicario per risolvere un problema». Il Pontefice si è anche chiesto: «Ma come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare?». Non va dimenticato poi che la questione dell’aborto della donna richiama un’altra questione, quella di negare ai medici il diritto di praticare l’obiezione di coscienza. ProVita ne ha parlato con il professor Alessandro Meluzzi, medico e psichiatra.

Partiamo dalle parole di Papa Francesco? C’è chi le ha giudicate troppo forti e dirompenti. Lei cosa pensa?

«Mi sembrano dichiarazioni perfettamente coerenti con la dottrina cristiana e la difesa dei valori cosiddetti “non negoziabili”. Ha detto una grande verità, ossia che l’aborto è un immenso dolore per l’umanità, ma soprattutto per le donne, visto che produce in loro una ferita molto profonda. Papa Francesco ha usato le parole giuste, perché di fronte a un dramma come l’aborto non si possono seguire le regole del politicamente corretto. Piaccia o no, è inutile tentare di addolcire la pillola. Come definire altrimenti la soppressione di creature nel grembo materno che hanno una testa, un cervello, e un cuore che batte? Non si tratta, come sostiene qualcuno, di un grumo di sangue».

Ma perché la società di oggi si ostina a volere l’aborto a tutti i costi, al punto da voler negare il diritto all’obiezione di coscienza dei medici o l’attività delle associazioni pro vita nei consultori?

«Dietro a un atteggiamento di ostinata difesa dell’aborto c’è sempre stato, e c’è ancora, il tentativo di cancellare un concetto basilare che è quello della sacralità della vita che rischia, secondo certi detrattori, di produrre risvolti anche scomodi per l’umanità. Un concetto come questo è considerato troppo impegnativo, non soltanto nei riguardi dell’aborto ma anche per ciò che concerne per esempio la pena di morte o la possibilità che l’individuo possa porre fine volontariamente alla propria esistenza. L’obiettivo è quello di far dominare la società da due elementi: da una parte il diritto all’autodeterminazione assoluta dell’essere umano, e dall’altra il diritto di fare tutto ciò che ci piace ma che moralmente è illecito. Ci ritroviamo quindi in una società senza valori. Il principio della sacralità della vita umana però è tornato sempre utile nella storia dell’umanità, mentre oggi averlo rifiutato non ci ha affatto consegnato un mondo migliore e più giusto. Nietzsche, che certamente non era un cattolico, disse una volta “Dio è morto ma noi non stiamo meglio”. Oggi non viviamo certo in una società più umana».

L’aborto quanto può incidere negativamente dal punto di vista psicologico su chi vi fa ricorso?

«Posso raccontarle un’esperienza personale che mi sono trovato di fronte anni fa, da giovane medico che raccoglieva le anamnesi di signore ricoverate in unità di geriatria o di medicina interna. Mi capitò di vedere donne molto anziane che, mentre raccontavano la loro storia clinica, si mettevano a piangere quando narravano di un aborto avvenuto moltissimi anni prima. Questo dovrebbe dare l’idea di quanto profonda possa essere la ferita che provoca la soppressione di un essere umano nel grembo materno».

Cosa direbbe, da psichiatra, a una donna che volesse abortire? E quali parole dovrebbe usare ognuno di noi di fronte a certe situazioni?

«Il 90% delle donne abortisce perché si trova nella condizione di non poter proseguire la gravidanza senza avere la sensazione di produrre danni irreparabili alla propria condizione umana. Le donne che si trovano alle prese con una gravidanza non desiderata, magari per problemi di natura economica, devono essere sostenute dalla collettività, vanno aiutate finanziariamente e psicologicamente. Se vengono lasciate sole e condizionate dall’idea di sbarazzarsi di questo gravame come ci si sbarazzerebbe facilmente di un insidioso neo dalla pelle, è chiaro che porteranno con loro per il resto della vita una ferita difficile da rimarginare. Da medico posso dirle che in oltre quarant’anni di esperienza ho incontrato molte donne che hanno abortito e che mostravano di portare dentro di loro un malessere profondo e un peso grosso come un macigno, difficile da rimuovere. Mentre invece ho sempre riscontrato tanta felicità in tutte quelle che avevano deciso di non farlo».

Americo Mascarucci

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