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Home Page > Dipendenze > Cannabis, per la Cassazione sì ad alimenti e cosmetici, vietati fiori e resina
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In Italia, dal 2017 in poi, si è assistito ad un vero e proprio boom di negozi specializzati nella vendita di prodotti a base di cannabis light. Grow shop (quelli con gli articoli per la coltivazione indoor e outdoor), head shop (quelli con gli accessori per fumatori), seed shop (quelli specializzati in semenze), hemp shop (quelli con altri prodotti derivati dalla canapa industriale, quindi cosmetici, alimentari e tessili).

Un fenomeno che ha registrato una crescita talmente veloce che è stato necessario l’intervento delle Sezioni Unite penali della Cassazione, lo scorso 30 maggio, per regolamentarlo. Intervento in seguito al quale è stato stabilito che vendere marijuana e hashish light, a prescindere dal livello di principio attivo, è reato.

La sentenza – della quale in questi giorni sono state pubblicate le motivazioni – ha infatti stabilito che sarebbe illecita la cessione, la messa in vendita, la commercializzazione al pubblico a qualsiasi titolo di foglie, infiorescenze, olio e resina derivati dalla coltivazione della cannabis light. Infatti il commercio di questi prodotti rientrerebbe nella fattispecie di reato contenuta nel Testo unico sugli stupefacenti. Nello specifico la legge del 2016 stabilisce che, dalla coltivazione della canapa «possono ricavarsi fibre e carburanti, ma non hashish e marijuana», ha sottolineato la Cassazione, elencando dettagliatamente i prodotti che si possono ottenere dalla cannabis sativa. Ovvero, «alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei propri settori, semilavorati quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico, di materiale destinato alla pratica del sovescio e di materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia».

La voce del buon senso Ma c’è chi protesta: «Questa sentenza non spiega nulla, anzi rende ancora più confuso il quadro generale non tenendo in minima considerazione oltre trent’anni di studi scientifici» afferma l’avvocato Carlo Alberto Zaina, difensore del commerciante di Ancona da cui ha avuto origine la questione. L’uomo, che lavorava in un negozio che vendeva prodotti derivati dalla canapa, è stato poi rimesso in libertà, nonostante la convalida dell’arresto e nonostante quattro persone indagate per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini dello spaccio. Tutto questo avrebbe portato al sequestro di diverse confezioni di cannabis light per un valore di circa 16mila euro. Ma poi, dalle analisi dei prodotti venduti in uno dei negozi, sarebbe risultato che la percentuale di Thc (il più noto tra i principi attivi della cannabis) corrispondeva allo 0,6%, ovvero il tetto massimo fissato dalla legge.

Zaina sottolinea l’ambiguità, a suo dire, della decisione dei giudici che non consentirebbe la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis, come l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina «salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante».

«Questo vuol dire che la decisione viene rimandata ai tribunali, che dopo il sequestro dovranno decidere se c’è oppure no l’efficacia drogante» sottolinea l’avvocato. Insomma, per stabilire l’efficacia drogante dei prodotti, si dovrà necessariamente ricorrere al loro sequestro. «È un principio giuridicamente sbagliato», chiosa l’avvocato, «perché come già stabilito in passato da altri tribunali si dovrebbe sequestrare una campionatura dei prodotti».

Proteste che, ovviamente, appaiono strumentali alla difesa del proprio assistito, ma meno incisive e soprattutto meno fondate se rapportate all’annoso dibattito che c’è in Italia proprio sulla cannabis. La decisione delle sezioni unite penali della Cassazione, infatti, ha fatto chiarezza sul confine che c’è tra lecito e illecito.

Una chiarezza che già a maggio Pro Vita & Famiglia salutò con soddisfazione. «Grazie alla giustizia», sottolinearono Toni Brandi e Jacopo Coghe, «è chiaro ciò che fa bene alla salute degli italiani e ciò che non lo fa». Le scuse del Ministro della Salute Giulia Grillo, che aveva detto che i cannabis shop non vendevano droga, non sono poi mai arrivate, ma la Cassazione diede ragione alla battaglia di quanti si battono per non legalizzare e condannare le droghe, lo spaccio, la vendita e l’assunzione di stupefacenti.

Manuela Antonacci

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