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Home Page > Aborto > Cure perinatali: un antidoto all’aborto terapeutico. Parla Giuseppe Noia
Giuseppe-Noia

Se n’è sempre parlato poco, ma negli ultimi vent’anni, la medicina perinatale ha fatto enormi progressi. La cura, nei feti o nei neonati, di patologie rare come l’ernia diaframmatica o comunque piuttosto serie come la toxoplasmosi, è una realtà concreta e spesso si ottengono risultati sbalorditivi. Giuseppe Noia, direttore dell’hospice perinatale del Policlinico Gemelli di Roma è un’autorità indiscussa nel campo. Durante il convegno Yes to life! Prendersi cura del dono prezioso della vita nella fragilità, promosso dal Dicastero Vaticano per i Laici, la Famiglia e la Vita, in corso al Centro Congressi Augustinianum, il professor Noia ha illustrato gli ultimi sviluppi della sua attività, coadiuvato da sua moglie, Anna Luisa La Teano, assieme a lui cofondatrice della fondazione Il cuore in una goccia. A margine della tavola rotonda, Pro Vita & Famiglia ha intervistato il neonatologo.

Professor Noia, quali sono i punti di forza di un modello come l’hospice perinatale?

La voce del buon senso «L’hospice è una risposta al dolore umano. Mentre l’hospice per gli adulti, pur presentando anch’esso riscontri positivi e di sopravvivenza, impatta frequentemente con la patologia terminale, l’hospice perinatale può impattare con la gioia, con la presenza di vita, con i bambini in braccio. I trattamenti palliativi possono cambiare completamente una diagnosi per cui un bambino di venti settimane diagnosticato incurabile, diventa curabile. L’hospice perinatale presenta variabili che, fino a 20-25 anni fa, non venivano considerate importanti. Molti bambini, che un tempo sarebbero stati considerati senza speranza, li abbiamo curati: potrebbe sembrare una forma di accanimento terapeutico ma non lo è. Gli strumenti per la cura li abbiamo ricavati dalla scienza: si interviene sul cordone ombelicale o sul compartimento amniotico per curare molte patologie, andando dentro al corpo del bambino e praticandogli l’analgesia, poiché, tra la fine del quinto e il settimo mese, il feto matura la capacità di organizzare la sensazione del dolore. In quella fascia di settimane, quindi, praticando questi trattamenti palliativi, non solo evitiamo che il bambino muoia ma evitiamo anche che il dolore possa nuocere al suo sviluppo neurologico: una cosa impensabile 15-20 anni fa. È una scienza che dà speranza. L’hospice non è soltanto un luogo di impatto con la morte o con la sofferenza. Ci sono anche realtà in cui i bambini poi non ce la fanno ma si sentono amati, assieme alle loro mamme. Prenatalmente li curiamo, senza sconfinare nell’accanimento terapeutico. Postnatalmente, con le nostre competenze, prestiamo tutte le cure compassionevoli che danno dignità alla madre e al bambino e fanno sentire la scienza prenatale consona alla sua vocazione di dare vita, di dare speranza, di essere a fianco della sofferenza».

In che misura il vostro metodo è riuscito a migliorare il trattamento delle patologie prenatali e neonatali?

«Abbiamo dati sulle malattie infettive che fanno parte di quel gruppo di patologie fetali sospette, per cui la malattia della madre è vista come il segno di un problema malformativo nel feto. In realtà non è così. Se curiamo la toxoplasmosi, riduciamo drasticamente il passaggio del parassita e nascono bambini sani. Abbiamo riscontrato 750 casi in 30 anni, in cui i bambini sono stati curati nel ventre della madre e poi, alla nascita, vengono valutati dai neonatologi e neuropsichiatri. La forza di questi studi non ha nulla di ideologico ma è nell’evidenza della storia di ogni paziente. Abbiamo idrocefali che abbiamo seguito fino ai 15 anni: se curati bene dopo la nascita, questi bambini, nel 72% dei casi, hanno una qualità di vita perfettamente sovrapponibile con quella degli altri bambini. Lo stesso dicasi per il 78% dei bambini con toxoplasmosi, curati prima della nascita».

Terapie invasive come l’amniocentesi o la cordocentesi sono ammissibili?

«Sì, dipende soltanto dall’uso che se ne fa. Una stessa procedura può avere come fine ultimo quello di eliminare il bambino oppure di curarlo. Se demonizziamo la scienza, facciamo il gioco del nemico. Dobbiamo essere pronti a discernere ciò che è buono da tutto ciò che sembra finalizzato al male: possiamo convertirlo al bene, alla cura, alla terapia. Altrimenti non sarebbe stata sviluppata la terapia fetale. Il primo ad affermarlo è stato il gesuita Angelo Serra, pioniere della genetica, che introdusse la diagnosi prenatale al Gemelli. Secondo Serra, la conoscenza dello stato di salute del feto non implicava necessariamente un successivo aborto. D’accordo con la madre, si possono discutere delle possibili terapie prenatali, convincendola, così, che, anche quando ci sono delle difficoltà, quello è sempre suo figlio. È grazie a uomini illuminati come Serra, Sgreccia, Tettamanzi e, ovviamente, Ratzinger che siamo arrivati alla realizzazione dell’Istruzione Donum Vitae della Congregazione per la Dottrina della Fede, sul rispetto della vita nascente e la dignità della procreazione (1987), diventata un vero vademecum per l’uomo di scienza».

Un altro versante della vostra attività medico-scientifica che ha fatto enormi progressi è la terapia post-natale…

«È vero, spesso, dopo la nascita, molti bambini non vengono trattati, sia perché sono ritenuti senza possibilità di cura, sia perché si teme di fare loro accanimento terapeutico. Invece l’accanimento ha precisi elementi individuabili. Anche in questo ambito, la preparazione bioetica ci fa capire come dobbiamo muoverci. Il sapere etico si sposa col sapere scientifico, secondo i principi di Fides et Ratio, la fede e la ragione che papa Giovanni Paolo II definiva le due ali che fanno volare l’uomo».

Lei si è sempre confrontato lealmente con i suoi colleghi abortisti: è mai capitato che qualcuno di loro abbia cambiato prospettiva?

«Un episodio molto bello mi capitò a Oristano, dove, in un convegno con cinquanta persone, tra medici e ostetrici, in gran parte di orientamento abortista, il capo del servizio per l’interruzione volontaria di gravidanza, dopo avermi ascoltato, si alzò e riportò una sua testimonianza. Era venuta da lui una gestante di ben 47 anni, con già due figli, intenzionata ad abortire il terzo. Lui le consigliò di controllare se c’erano malformazioni o alterazioni e di pensarci bene, perché era pur sempre suo figlio. La bambina nacque poi sana e il ginecologo le fece da padrino. Quel medico ebbe la capacità di lavorare sulle evidenze e di non farsi fuorviare dall’età avanzata della madre. La moglie del mio collega, a quelle parole, si mise a piangere. Poi lui mi abbracciò e mi disse: “Vorremmo fare le stesse cose che fai tu ma il contesto non è adatto e non abbiamo il background culturale adeguato”.
A Caltagirone, mi trovai in una situazione simile. I colleghi mi dissero: “Nel dibattito, vi abbiamo contrastato ma di una cosa dobbiamo rendervi merito: portate sempre l’evidenza come elemento che può unire i favorevoli e i contrari all’aborto”. E strinsero la mano a noialtri.
A Matera, una collega mi abbracciò piangendo e mi disse: “Riconosco che in passato sono stata molto impreparata ad affrontare questi problemi”.
La realtà è proprio questa: la scienza, se opportunamente sostenuta, determina una chiarezza comportamentale».

Luca Marcolivio

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