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Home Page > Aborto > “Dittatura della morte”: rimozione della vittima, il bambino
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Tra i tanti commenti ai margini della vicenda che ha per protagonista il nostro maxi manifesto, che meritano di essere letti e meditati, proponiamo ai nostri Lettori questo di Giuliano Guzzo La dittatura si accanisce contro i più deboli e innocenti. La dittatura della morte – orribile creatura della cultura della morte –  si accanisce contro il bambino nel grembo.

Come scrivevamo già qui: Oggi la gran parte degli europei, anche quelli che si dichiarano cattolici, spesso praticanti, talvolta anche sacerdoti, non riescono più a provare il giusto orrore che l’aborto dovrebbe suscitare.

Ai loro occhi il bambino che viene ucciso con l’aborto non esiste più. All’aborto si attribuisce tutt’al più una vaga negatività, come se fosse una sconfitta della donna che lo decide, senza tuttavia che il suo diritto “all’autodeterminazione” venga minimamente messo in discussione.

Lo scandalo politico e non solo generato dal maximanifesto, 7 metri per 11, dell’associazione ProVita che ritrae un bambino nel grembo materno era del tutto prevedibile. Non perché l’immagine in sé abbia qualcosa di violento, proprio come non lo ha il messaggio che incornicia l’immagine, «tu eri già così a 11 settimane…e ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito», ma perché la cultura abortista da cui oggi tutti, purtroppo, siamo in qualche modo contaminati ha il suo punto di forza nella sistematica rimozione del protagonista di quel manifesto: il figlio concepito.

Fateci caso: non è possibile discutere dell’aborto procurato senza ritrovarsi subito a parlare degli aborti clandestini che c’erano prima della legge 194, di quanto cattivi sono i cattolici contrari alla libertà delle donne, della contraccezione, di quanto «oscurantismo» ci sia ancora in giro, e via di discorrendo. Della prima vera vittima dell’aborto – il figlio, appunto, il bambino – però non si parla mai. Capita così che parlando di aborto ci si ritrovi puntualmente a trattare tutta una serie di temi – i diritti civili, il Medioevo, l’autodeterminazione -, che però deviano dal fatto abortivo in sé.

Ora, qui non si tratta – si badi – di giudicare il vissuto di nessuno. Qui il punto è una verità negata: l’esistenza di un essere umano- di un bambino – che la cultura dominante ostinatamente ignora. Ed è per questo che l’iniziativa di ProVita dà fastidio: perché ricorda ciò che nessuno di noi, o quasi, accetta di sentirsi dire, e cioè che prima del parto abbiamo a che fare con un soggetto che risponde a stimolazioni esterne già a 20 settimane (Arch Dis Child.1994;71(2):F81-7), e che a 29 ha una facoltà uditiva (Early Hum Dev.2000;58(3):179-95), al punto da far registrare variazioni cardiache quando ascolta la voce della madre (Dev Sci.2011;14(2):214-23).

Si tratta pertanto di qualcuno che, nel grembo materno, già intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr. Lett.2001;22:295–04), capace di memorizzare fra le altre proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr.2013;102(2):156-60). Qualcuno con un’esistenza di ritmi giorno-notte (Semin Perinatol.2001;25(6):363-70) e provvisto di una sua memoria (Neurorep.2005;16(1):81-4). Qualcuno, come noi, in grado di sperimentare il dolore (Semin Perinatol.2007;31(5):275-82; Anesthes.2001;95(4):828-35).

Lo scandalo, insomma, non è ciò che il manifesto di ProVita ricorda, ma quel che una società moralmente indifferente all’aborto continua a dimenticare.

Giuliano Guzzo

Fonte: Giuliano Guzzo

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Un Commento, RSS

  • Andrea Picco

    dice su:
    09/04/2018 alle 18:17

    I raggi ” del sol dell’avvenire” che irradiano dalla costituzione sovietica del 1936 non sono tramontati su Roma ” città eterna”. L’art.124, affermando la libertà di praticare culti religiosi e di propaganda antireligiosa, avrebbe consentito al manifesto di essere esposto solo in chiesa o casa privata, a differenza di un’opinione opposta. Comunque l’art.125 concedeva a tutti i cittadini le più ampie libertà( di parola, di stampa, ecc.) allo scopo di consolidare il regime socialista. Se il fine dichiarato si sostituisce con ” il pensiero politicamente corretto”, il gioco è fatto. Quale differenza di concetto tra lo stalinismo di allora e l’attuale italica vocazione al silenzio di chi la pensa diversamente ?

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