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Home Page > Fine Vita > Eutanasia – Dj Fabo, la morte e quello che ci nascondono
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La morte di Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, il dj rimasto cieco e tetraplegico dal 2014, in seguito ad un incidente stradale – e recatosi in Svizzera per porre fine a quella che considerava «una lunga notte senza fine» – è al centro, come prevedibile, di un dibattito inteso sul tema dell’eutanasia: un confronto senza dubbio appassionato, ma estremamente disonesto, nel quale le imprecisioni abbondano a tutto vantaggio di una lettura emotiva e non ragionata dei fatti.

Per cercare di rimettere ordine, ritengo opportuno mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali, al di là dei quali l’intera vicenda continuerà ad essere equivocata.

Anzitutto, c’è da dire che Dj Fabo non era un paziente terminale dilaniato dalle sofferenze fisiche. Era, certo, una persona colpita da una condizione molto grave e senza, sulla base delle conoscenze attuali, concreta prospettiva di ripresa, ma non stava morendo. Versava cioè in una situazione serissima, ma la malattia e l’accanimento terapeutico – che si concreta nella somministrazione di cure inutili, sproporzionate o addirittura controproducenti per la salute di un paziente – non c’entravano affatto col suo stato. Sostenere il contrario, molto semplicemente, significa ignorare i contorni dell’intera vicenda.

Una vicenda – secondo aspetto da considerare – che non si è conclusa con un’eutanasia ma, più precisamente, con un suicidio assistito. L’eutanasia propriamente detta, infatti, è legale solo nei tre paesi del Benelux (Paesi Bassi, Belgio e Lussembugo), mentre Dj Fabo era stato accolto per morire nella clinica Dignitas di Forck, ad una decina di chilometri da Zurigo, poiché in Svizzera il suicidio assistito è legale.

Come mai i media, da bravi, preferiscono parlare di eutanasia? La risposta è semplice: perché sono molti più gli italiani favorevoli all’eutanasia che al suicidio assistito. E chi vuole condizionare l’opinione pubblica, lo sa benissimo.

Un terzo aspetto da considerare è strettamente procedurale. Dignitas stessa, infatti, tiene a precisare che «per ogni singolo caso, un viaggio di questo genere, il colloquio con un medico, la redazione di una ricetta e il suicidio assistito è preceduto da un iter DIGNITAS che normalmente richiede fino a tre mesi, ma che può durare anche più a lungo. Solo dopo questa procedura preparatoria, entro tre o quattro settimane, potrà aver luogo il suicidio assistito» (Come funziona Dignitas, p.4).

Ora, come sappiamo Dj Fabo è morto ieri, lunedì 27 febbraio. Ecco, anche se molti non lo fanno osservare, non si tratta di una data casuale. Per un motivo semplice: è lo stesso giorno in cui era stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati, l’inizio della discussione del disegno di legge sulle direttive anticipate e sul consenso informato. Ora, possibile che una morte che richiede – secondo Dignitas – un iter di diverse settimane, sia avvenuta proprio in questa data, o forse tutto ciò risponde ad un disegno politico? Pare il caso di chiederselo. Di certo la tempistica, come si è visto, dà da pensare. Inclusa quella di diffusione della notizia. A chi non l’avesse notato, infatti, ricordiamo che dj Fabo è morto alle 11:40, neppure dieci minuti dopo – alle 11:48 – Marco Cappato, che lo aveva accompagnato in Svizzera, ha twittato “la notizia”, che alle 11.55 era già il titolo di apertura di tutte le grandi testate nonché quella di tutti i telegiornali. Nessun complottismo, sia chiaro, ma se qualcuno avesse cinicamente pianificato a tavolino il tutto, per dare una eco mediatica massima a questo fatto, non avrebbe potuto fare di meglio. A questo punto, uno potrebbe intelligentemente obiettare che si sta parlando di una morte per suicidio assistito, mentre il Parlamento si sta occupando di biotestamento.

Ebbene, questo qualcuno coglierebbe nel segno nell’evidenziare che o le due cose – il suicidio assistito di Fabo e il testamento biologico – sono disgiunte, oppure strettamente connesse pur sembrando distinte. L’ipotesi corretta è la seconda. Infatti, anche se formalmente il suicidio assistito in Italia è punito (smettiamola, per piacere, di mentire dicendo che in Italia una legge non c’è: esiste eccome, e sanziona quello che correttamente definisce omicidio del consenziente), introducendo il biotestamento, apripista dell’eutanasia omissiva, si mira a renderlo presto legale, magari grazie a qualche sentenza “creativa” della magistratura.

Morale della favola, al di là del dolore per la morte del quarantenne italiano, quella che resta è la sensazione d’aver assistito ad un macabro teatrino allestito per condizionare l’opinione pubblica. Nascondendo alla gente molte curiose coincidenze così come il fatto che laddove si riconosce il diritto a morire, la morte si fa cultura e porta oltre l’immaginabile. Cito due esempi soltanto. Il primo è quello dell’Oregon, dove il suicidio assistito è legale dal 1998, il tasso di suicidi nella popolazione generale è del 49% più elevato rispetto alla media nazionale; la stessa Svizzera ha un tasso di suicidio circa doppio a quello italiano.

Il suicidio assistito può favorire una tendenza al suicidio? Così sembrerebbe, ma non ve lo raccontano: i dubbi seri, a chi fa propaganda, non interessano. Secondo esempio per riflettere. È la storia di Anne, un’insegnante britannica recatasi pure lei nella clinica Svizzera Dignitas per ottenere il suicidio assistito. Il motivo? Non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food. Perciò ha chiesto di morire ed è stata accontentata: ne parlava Repubblica il 7 aprile 2014. Non è una bufala.

Le bufale le raccontano i promotori della cosiddetta autodeterminazione assoluta, che da una parte allestiscono teatrini di morte, e dall’altra ci fanno credere che la contrarietà al suicidio sia un valore cattolico, quando basterebbe leggersi Immanuel Kant: «Chi si toglie la vita […] si priva della sua persona. Ciò è contrario al più alto dei doveri verso se stessi, perché viene soppressa la condizione di tutti gli altri doveri» (Lezioni di etica, Laterza, Bari, 2004, pp. 170-171).

Che dire? Mentono, mentono sempre. Ed hanno i media dalla loro. Ma non il buon senso, che rimane esclusiva degli apoti, quelli che non la bevono.

Giuliano Guzzo

Fonte: Giuliano Guzzo

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4 Commenti, RSS

  • Daniela Facchin

    dice su:
    28/02/2017 alle 12:16

    Credo che i fatti descritti non hanno bisogno di commenti ma solo di preghiera. Preghiera per chi muore nella solitudine è nella disperazione perché non ha vicino amici veri, familiari capaci di fargli sentire un amore talmente grande e vero da permettere di amare la vita in qualsiasi condizione. Preghiera per chi si fa portatore di morte per fini personali e propagandistici. Preghiera per chi lotta per salvaguardare la vita, tutta la vita, dal concepimento alla vecchiaia è nella malattia.

  • Antonello Lommito

    dice su:
    28/02/2017 alle 22:22

    La vita è bella
    Chi vive sa che ci si aggrappa alla vita portando avanti una qualità : l’amore verso se stessi e verso tutto che è attorno un’alba un tramonto una luce e tutti i colori della natura un fiore un albero il mare il cielo e tutto l’ossigeno che l’aria ci da nessuno deve spegnere la luce da se solo il tempo può farlo perche senza energie tutto è destinato a spegnersi.Cercate di ricaricarvi sempre trovate le emozioni trovate l’energia e lasciate che il tempo sia il giudice della vostra scelta

  • Rossana rossi

    dice su:
    03/03/2017 alle 02:13

    Scusate ma io ho visto l’intervista a fabo era lucido e gli spiaceva per i suoi familiari e la compagna lo amavano molto non l’ha mai lasciato neanche il giorno in cui è moerto era in svizzera con lui in una camera con lui sino alla fine 25anni che erano insieme!io stendo il silenzio per il loro dolore e credo che bisogna trovarcisi nella sua situazione prima di parlare. E preciso che sono a favore della vita!!guardate la sua intervista è stata mandata in onda su italia uno il primo marzo alle iene.era pieno di ironia e una persona meravigliosa aveva ancora voglia di scherzare non era depresso o abbandonato ascoltate ciò che dice !e stendiamo un silenzio dignitoso sul suo dolore lui dignità onestà voglia di vivere ne ha avuta molta anche intelligenza rispetto il suo dolore e la sua volontà anche se io forse da grande egoista che sono l’avrei tenuto in vita a tutti i costi anche contro la sua volontà conoscendomi!!ma oggi vi dico che non so più se e’giusto dopo che ho ascoltato le sue parole

    • Redazione

      dice su:
      03/03/2017 alle 06:56

      Vede, signora, dall’intervista di un momento, non si vede tutto quello che c’è prima e dopo. Soprattutto non sappiamo quanto e quanti possano averlo convinto a morire …”tanto che campi a fare?”. Certi convincimenti si istillano nelle persone anche con tanto “amore”, sa… Nei Paesi come l’Olanda i vecchi si fanno ammazzare per “amore”, così i figli ereditano, hanno la casa… E i figli “per amore” contribuiscono al convincimento perché: “ma no mamma io ti accompagno in una clinica meravigliosa e ti vengo a trovare tutti i giorni, anche se devo fare 100 km, chiedere il part time al lavoro, lasciare i bambini con la baby sitter che costa tot…”.
      Ripeto: non sappiamo cosa c’è stato prima e dopo l’intervista. E se era così sereno felice e contento, perché ha voluto morire? Sa quanti handicappati anche più gravi di lui sono davvero attaccati alla vita e assolutamente non vogliono morire?
      Comunque, per una persona atea – specie se handicappata come Fabo – è facile e razionale pensare di farla finita. Del resto, quanti suicidi avvengono purtroppo ogni giorno? E se lui non ce la faceva da solo, Cappato non c’era bisogno che lo portava in Svizzera. Un buon veleno glielo poteva dare anche a casa sua. E se non facevano tanto clamore mediatico, forse non avrebbe neanche avuto la denuncia. O, se si voleva costituire comunque, poteva risparmiarsi il viaggio. Evidentemente la cosa è stata strumentalizzata a scopo di propaganda. Un handicappato è stato usato, nel momento più doloroso della sua vita.
      Resta poi un dato fondamentale: perché lo Stato (cioè io e lei) dobbiamo pagare per tutto questo? Che bisogno c’è di una legge che renda legale l’omicidio? La legge deve essere generale e astratta: vale per tutti. Per i casi singoli ed estremi non si fanno leggi. Eventualmente i giudici – al singolo caso – applicano esimenti, scriminanti e attenuanti.
      Laddove si sono fatte le leggi sappiamo bene come è andata a finire…

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