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Home Page > Fine Vita > Eutanasia, Gandolfini dopo audizione alla Camera: «Qualcuno vuole tenderci una trappola»
Massimo-Gandolfini_eutanasia

 

Sul fine vita non ci si può permettere di fare troppi sofismi. È necessario, piuttosto, ribadire il principio a monte di tutto il dibattito: un medico non può autorizzare la morte di un suo paziente, senza tradire la propria etica e lo scopo per il quale ha studiato ed è stato formato. A ribadirlo è Massimo Gandolfini, neurochirurgo e presidente del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, che, a colloquio con Pro Vita & Famiglia, si è espresso anche sul caso di Noa Pothoven.

Professor Gandolfini, nei giorni scorsi lei è stato ascoltato dalle Commissioni Giustizia e Affari Sociali della Camera in seduta congiunta: a che punto è il dibattito sulla legge per l’eutanasia dopo il caso Noa? 

«Delle tre proposte di legge che giacciono in parlamento e per le quali sono in corso le audizioni nella Commissione Giustizia-Affari Sociali, io sono intervenuto e, ovviamente, ho dichiarato la mia assoluta, totale contrarietà a ogni proposta di legalizzazione dell’eutanasia attiva e dell’aiuto al suicidio. L’ho fatto motivando il perché dal punto di vista medico, essendo io stesso neurochirurgo. Dal punto di vista culturale generale, il caso Noa non fa che confermare quello che da anni andiamo dicendo: in Italia non dobbiamo aprire neppure un piccolo spiraglio all’eutanasia perché quello spiraglio, nel giro di pochissimo tempo diventa un campo aperto. Come ci dice l’esperienza di tutti gli altri Paesi dove l’eutanasia è già stata approvata, si parte sempre da pochi casi particolari e isolati di grande sofferenza per pazienti terminali che ormai non hanno più nessuna aspettativa di vita e si finisce per praticare l’eutanasia per depressione com’è capitato per la nostra concittadina siciliana che qualche mese fa è andata in Svizzera e ha ottenuto l’eutanasia per mal di collo e depressione. Siamo alla follia più totale… Il caso Noa non fa altro che sottolineare questa cosa. Oltretutto è vero che i giudici olandesi avevano detto che la ragazza avrebbe dovuto aspettare i diciotto anni d’età ma questo non sposta minimamente il senso profondo di questo evento. Quando una persona si sente così depressa, la soluzione non è quella di comminarle la morte ma quella di costruire intorno a lei una rete di condivisione, di solidarietà e di empatia che la aiuti a uscire da quel vortice di morte nel quale si trova».

Anche lei ritiene che il dibattito sul caso Noa sia stato spostato soprattutto su questioni nominali (ad esempio se si sia trattato di vera eutanasia o, piuttosto, di suicidio assistito)?

«Bisogna sempre estrapolare il valore del tema rispetto al singolo caso, il quale può avere cento sfaccettature di cui noi magari ne conosciamo solo cinquanta. A tema non c’è il singolo caso ma c’è il principio fondamentale: comminare la morte per un’altra persona è inaccettabile da un punto di vista civile. Una frase che ho detto anche al Parlamento la settimana scorsa: in uno Stato civile e democratico, una relazione tra persone che sia destinata alla morte e all’uccisione è inaccettabile, salvo in caso di guerra o di legittima difesa. Al di fuori di questi casi, il rapporto interpersonale non può mai essere destinato all’eliminazione fisica di uno dei due. Se poi, senza andare a scomodare il cristianesimo, andiamo a vedere lo statuto ontologico della medicina ippocratica, scopriamo che le funzioni del medico sono la salvaguardia della vita, il ripristino della salute e il lenimento del dolore. Nel ruolo sociale del medico, non può esserci il determinare la morte del paziente».

Il principio ippocratico e l’obiezione di coscienza potranno essere due punti fermi nel contrasto a una possibile legge italiana sull’eutanasia?

«Da questo punto di vista, bisogna stare attenti, perché l’altro giorno alla Camera mi sono reso conto che qualcuno vuole tenderci una trappola. Il discorso che fanno è: “Capisco che voi medici ippocratici, in particolare cristiani e cattolici, possiate essere contrari all’eutanasia. Facciamo allora un patto: noi vi diamo l’obiezione di coscienza ma voi ci date la possibilità di poter ricorrere all’eutanasia nella legislazione italiana”. Io non ci sto a questo patto. In primo luogo, trovo assurdo e vergognoso che, nella legge 291/17 sulle disposizioni anticipate di trattamento, non venga menzionata l’obiezione di coscienza. Lo dico sempre a tutti: viviamo in un Paese che, nel 1993, ha approvato una legge che permette l’obiezione di coscienza per la sperimentazione animale. Se io posso obiettare per non fare esperimenti su un criceto o un porcellino d’India, perché, poi, non potrei obiettare per la morte di un paziente? Questa è una follia. In secondo luogo, non ci sto all’idea che, una volta che mi hai garantito l’obiezione di coscienza, io me ne lavi le mani dell’eutanasia o del suicidio assistito praticati da altri. Sono convinto che eutanasia e suicidio assistito siano un male. E non sono un male per Massimo Gandolfini, perché è credente. Sono un male per chiunque e quindi, in quanto tali, al di là dell’obiezione di coscienza, questa legge non deve passare».

Luca Marcolivio

La voce del buon senso

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