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Home Page > dolore > Finchè c’è vita c’è speranza: mai dire “irreversibile”
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Ora che è entrata in vigore la legge sul Biotestamento, forse potrebbe interessarci quanto scoperto da Silvia Marino, neurologa e ricercatrice presso il Centro neurolesi Bonino Pulejo Irccs di Messina, sui casi, cosiddetti, “irreversibili”.

L’Avvenire, infatti, riporta delle sue dichiarazioni rivoluzionarie per la vita di molte persone.

«È vero, il cervello resta un grande e affascinante mistero ma la ricerca fa passi da gigante e le tecnologie permettono ogni giorno nuove applicazioni prima impensabili». Proprio per questo, «La parola “irreversibile” applicata ai disturbi della coscienza, stato vegetativo compreso, non è più utilizzabile».

Recenti studi hanno, infatti, reso possibile monitorare l’attività cerebrale dei pazienti, apparentemente privi di coscienza, mentre ricevono stimoli dai familiari che li vanno a trovare (ad esempio la lettura di una storia o l’ascolto della loro musica preferita).

I risultati sono impressionanti: su 23 pazienti esaminati in stato vegetativo (anche da anni), dieci di loro adesso sono in stati di minima coscienza. La loro sarebbe stata comunque una vita degna d’essere vissuta ma ora hanno speranze in più di migliorare (ma noi abbiamo anche parlato di cosa sia lo stato di “morte cerebrale” e di casi di “risvegli” da quella condizione).

La dottoressa ricorda ancora un caso che l’ha molto sorpresa: una donna che per una grave emorragia cerebrale era entrata prima in coma e poi era rimasta in stato vegetativo. Apparentemente irrecuperabile, iniziava a reagire agli stimoli che riceveva.

Così, dopo otto mesi in stato vegetativo, la donna si è risvegliata ed ha potuto riprendere la sua vita di sempre, sulla sedia a rotelle ma felice. Dell’esperienza del coma ricorda ancora cosa diceva chi la andava a trovare. Avrebbe voluto far capire loro che c’era per davvero pur non potendo comunicare.

Chissà quanti, in quelle condizioni, avrebbero voluto sentire, come quella signora, il calore affettuoso dei propri cari, piuttosto che sentirli parlare con i medici della possibilità di rimuovere loro i supporti alla vita.

Chissà quanti verranno uccisi senza potersi esprimere perchè hanno firmato il Biotestamento (magari decenni prima e in tutt’altre condizioni) o per volontà di genitori o tutori, se minorenni (la legge sulle DAT consente anche questo).

Difficilmente sarebbero grati a chi si è tanto battuto per farli morire…

Luca Scalise


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