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Home Page > Gender > Gender, neo-grammatica e neolingua: imposti per legge
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«Le politiche di genere iniziano dal linguaggio», ha detto sempre alla Stampa l’assessore alle Riforme della Regione Sardegna, Gianmario Demuro: il gender, come ogni vera ideologia, si avvale della neolingua, per imporsi.

Lo sappiamo bene: le parole contano. Le parole che usiamo non solo riflettono i nostri valori, ma aiutano a definirli.

«Prima di comportarci bene dobbiamo parlare bene. Rivolgersi a una donna con termini maschili non è rispettoso», precisa l’assessore, secondo quanto riporta Il Giornale.

E perciò una recente legge regionale sarda introduce nel linguaggio burocratico della pubblica amministrazione dei neologismi  “rispettosi” delle donne. Magari un po’ cacofonici, ma prima o poi ci si farà l’abitudine. Impareremo (?) a dire e a sentire “presidenta, assessora, ministra, e sindaca” senza provare quel briciolo di profondo disgusto che al momento – confessiamolo – ci pervade.

A dire il vero  se da un lato si capisce che ministro e sindaco finiscono in o, quindi sono “maschilisti” e vanno declinati per legge con la a – che è “femminista”, dall’altro non si capisce perché presidente e assessore, che finiscono con la e che non è prerogativa maschile (Irene, Egle, Selene, neve, arte, attenzione, canzone, nave…  stanno lì a dimostrarlo) debbano essere storpiati in quel modo.

«Per garantire lo sviluppo delle proprie politiche di genere», dice l’assessore.

Del resto questo è solo il primo passo. Serve – davvero (!) – a garantire la parità tra uomo e donna.  Ma di strada ce n’è ancora da fare.

Gli atenei di Trieste ed Udine e la Scuola Superiore di Studi Avanzati di Trieste,  propongono da tempo  di “non discriminare” le donne con l’uso sessista degli aggettivi al maschile tipo: “gli studenti e le studentesse sono stati sgridati”. Perché “sgridati” e non “sgridate”? Perciò hanno proposto l’uso dell’asterisco: “gli studenti e le studentesse sono stat* sgridat*”.

Stessa cosa per quanto riguarda coloro che non si sentono né uomo né donna. Se ci adoperiamo a non discriminare le donne, perché dovremmo discriminare i trans  e tutti gli altri generi che popolano questo vasto mondo?

«La dittatura eterosessita, scriveva la Nuova BQ qualche tempo fa,  si è da sempre impossessata delle vocali (o/i ed a/e) ad esclusione della “u”. Ma parlare di “professoru” e “presidu di facoltà” forse suona troppo sardo». Quindi anche qui sarà bene ricorrere agli asterischi: avremo “professor*” e “ricercat*” e frasi del tipo “Studentesse e studenti sono invitat* a presentarsi…”.

Ma ancora non basta. L’evoluzione verso “il progresso e la civiltà” sarà completa quando anche da noi, come a New York, la Gaystapo emanerà la lista delle espressioni che ciascuno deve usare per definire i gusti sessuali dei suoi colleghi, impiegati o clienti.

La polizia del pensiero, all’ombra della Statua della Libertà, infatti, ha decretato che chi offenderà impiegati e clienti usando termini e parole non inclusi nella sua lista di 31 espressioni per definire la sua identità di genere (o le sue perversioni), rischia una sanzione salata, molto salata:  150mila dollari se si sbaglia ad usare il genere di una persona non intenzionalmente, mentre sarà di 250mila se lo si fa in maniera intenzionale.

L’Università di Berkley, intanto, si premura di spiegare che ze vale per egli o ella (heshe), zir o hir, vale per lui o lei (himher), suo o sua (hisher); hirself vale per lui stesso o lei stessa (hiselfherself)…
E sappiamo bene che anche qui in Europa in Inghilterra, Germania e in Svezia ci si prodiga a creare nomi propri neutri per non influenzare il bambin* nella scelta del genere di appartenenza, quando /se  vorrà farla.

Si sa . Da cosa nasce cosa.

Complimenti alla Regione Sardegna.

Francesca Romana Poleggi

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Un Commento, RSS

  • rodolfo granafei

    dice su:
    24/11/2016 alle 17:41

    per non prenderla troppo sul serio, ecco un video superlativo: un deputato del Brandeburgo s’è rotto le scatole e allora…..https://m.youtube.com/watch?v=fnFsXvNTRIU
    n.p. Rodolfo granafei

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