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Il principe e la sarta, racconto gender fluid

Ampiamente pubblicizzato sul web e non solo, sta arrivando nelle librerie italiane una pubblicazione molto particolare: il graphic novel Il principe e la sarta, ad opera di Jen Wang, autrice già conosciuta per essere co-fondatrice e organizzatrice del festival di fumetti di Los Angeles Comic Arts LA. Orbene, di che si tratta? Presentata da alcuni come «una potente storia di identità e consapevolezza di sé, che parla di amicizia, comprensione, superamento dei pregiudizi, primi batticuori, e della necessità di scriversi da soli il proprio destino», cela in realtà contenuti meno rassicuranti, per chi ha a cuore il diritto naturale e i valori ad esso legati.

Infatti, questo romanzo fotografico – la cui trama risulta sostanzialmente centrata sulle vicende di un principe e un’umile sarta con un grande sogno – ha il suo pezzo forte nel “segreto” che porta con sé il principe. Un segreto che è presto svelato: Sebastian – questo il suo nome – facendo ben attenzione a non essere sorpreso, ha una vita da cross dresser. Immaginiamo che di fronte a questa espressione, “cross dresser”, qualche lettore potrebbe legittimamente non capire, per cui la facciamo breve: il principe, benché a tutti gli effetti maschio, ama vestirsi in abiti femminili. Un travestito, si sarebbe commentato in tempi in cui il politicamente corretto non aveva ancora preso il sopravvento.

Ora, nell’ambito della libertà di stampa e pensiero una vicenda come quella de Il principe e la sarta – pur presentando profili morali quanto meno discutibili – non sarebbe oggettivamente così straordinaria e così sconvolgente. Peccato che il nuovo graphic novel fresco di stampa sia qua e là presentato, oltre che come un testo «amatissimo», anche come un libro per tutte le età. Un passaggio, quest’ultimo, su cui più di qualche famiglia potrebbe avere legittimamente da ridire.

Tuttavia, siamo allo stesso modo sicuri che se qualcuno osasse affermare l’inopportunità di presentare Il principe e la sarta come testo per bambini, sarebbe subito accusato di omofobia, transfobia e via discorrendo. Siamo infatti nell’epoca dell’eroticamente corretto, per dirla con un saggio dello scrittore Adriano Scianca, con la conseguenza che chiunque non approvi le nuove tendenze ha già pronta una bella condanna confezionata per lui dalla cultura dominante.

E pensare che non secoli, non decenni, ma solamente pochi anni fa un fumetto con un protagonista travestito avrebbe immediatamente sollevato le perplessità di tutti quanti, non solo i più conservatori. Invece il progressivo lavaggio del cervello che i media stanno ponendo in essere da tempo sta, purtroppo, sortendo i suoi effetti. Con il risultato che c’è da scommettere siano relativamente pochi, oggi, quelli disposti a criticare una storia come quella del principe Sebastian, che rifiuta un matrimonio combinato non in quanto matrimonio combinato (il che sarebbe sacrosanto), bensì in quanto travestito, pardon cross dresser.

La sempre meno vigorosa opposizione alla cultura dominante e alla ideologia del gender non deve però intimorire i genitori e le famiglie che certi testi ambigui, giustamente, non li vorrebbero mai sapere negli zainetti dei loro figli. Infatti, nonostante quello che si diceva poc’anzi – e cioè la neutralizzazione al pensiero critico esercitata dal politicamente corretto –  ogni volta che viene risollevato, il tema della libertà educativa riscuote sempre molta attenzione. Sotto sotto, infatti, molti ancora non ci stanno ad accettare i diktat della cultura dominante. Ed è a questo dissenso sotterraneo ma vivo, che occorre fare appello se si vuole riportare al centro il più trascurato dei temi. Quello del buonsenso.

Giuliano Guzzo

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