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Home Page > Aborto > Manifesto ProVita: verità scomode, arrampicarsi sugli specchi
ProVita_Genova_manifesto

ProVita ha recentemente lanciato la più grande campagna pro life in Italia, ricordando a tutti, con argomentazioni scientifiche, su manifesti e camion vela, che l’aborto uccide un bambino vero e proprio. Tale verità scomoda ha inevitabilmente suscitato reazioni isteriche e censure dittatoriali: e non è ancora finita.

Anche perché molti hanno a loro volta affisso manifesti pro vita e l’isteriemo censorio è salito alle stelle: a Roma la Raggi ha fatto rimuovere anche i posters di CitizenGo; a Chiavasso, anche il Movimento per la Vita, spiega Torino.Repubblica.it, con la collaborazione del CAV di Chivasso, ha affisso un suo manifesto, la Cgil ne ha chiesto la rimozione e dell’assessore regionale Cerruti pare abbia gridato al «reato» per delle presunte «pressioni» sulle donne.

Genova: arriva l’espostocontro ProVita

Dopo l’ingiustificabile (e non unica) censura avvenuta a Roma, ad opera del sindaco Raggi, un maxi manifesto di ProVita era stato affisso anche a Genova, dove, però, non ha avuto la vita breve che gli è toccata nella Capitale. Anzi, nonostante le proteste, è rimasto fino alla scadenza del contratto, con grande dispiacere di chi vuole ostacolare la nostra libertà di espressione. Contro di lui, ora, alcun e associazioni hanno presentato un esposto al Comitato di Controllo dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria. Il Secolo XIX ne riporta le motivazioni.

Danni ai minori

Il manifesto, a detta dei firmatari dell’esposto, sarebbe «gravemente lesivo del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale», in quanto il suo messaggio «si rivolge direttamente ai minori, senza tenere conto dello choc cagionato dall’immagine e dalle parole utilizzate». Queste ultime, infatti, sfrutterebbero «la paura retrospettiva di non essere nato, nel caso in cui la mamma avesse abortito». Inoltre, il manifesto sarebbe in contrasto con l’articolo 9 «per la violenza dell’ immagine».

Anzitutto il messaggio di ProVita non si rivolge «direttamente ai minori», ma a chiunque. Le parole usate esprimono verità evidenti, scientificamente incontestabili, nulla, quindi, di offensivo, né che possa danneggiare l’immagine materna agli occhi dei bambini, che, al contrario, essendo già nati, sarebbero grati alle madri per l’amore ricevuto.

Inoltre, definire quella un’immagine che crea «choc» sarebbe, piuttosto, da ritenersi offensivo nei confronti di tutte le donne che portano in grembo un bambino come quello. Cosa c’è, poi, di violento in quell’immagine è un mistero. C’è solo un bambino!

Contro donne e bambini

Nell’esposto, si afferma anche che il manifesto di ProVita «viola la dignità della donna, oltre che quella del bambino; è anche sessista, perché la figura del padre […] appare essere inesistente».

E la dignità delle donne costrette ad abortire chi la viola invece? Chi è che  inganna le donne, tacendo o mentendo sulle gravi conseguenze fisiche e psichiche dell’aborto?

È l’aborto che calpesta la dignità della donna, strappando con violenza il figlio dal suo grembo.

E quanto ai bambini, cos’è che tutelerebbe, invece, la loro dignità? L’aborto che li uccide?

L’accusa, poi, di sessismo al manifesto di ProVita è ridicola: le vere femministe dovrebbero essere tutte antiabortiste. Sessista è, piuttosto, la legge 194 che, come abbiamo sempre detto, da un lato deresponsabilizza i padri, dall’altra impedisce loro di salvare dall’aborto i  figli che sono anche loro.

Opinioni “personali” di ProVita?

Il testo in questione recita ancora: «L’Associazione ProVita, promotrice del messaggio, fa un’affermazione apodittica e autoritaria ma in nessuna parte risulta dichiarato che si tratti di opinioni personali». E infatti non sono «opinioni personali». Non lo abbiamo stabilito noi che la vita umana inizia nel concepimento e che, quindi, l’aborto è un omicidio, lo dice la scienza.

Il messaggio, infine, non «addossa responsabilità» alcuna che non sia stata desiderata dalle femministe. Loro hanno combattuto per il cosiddetto “diritto” all’aborto, che secondo loro è una scelta: quindi è ovvio che chi prende questa decisione ne è responsabile. Quanto scritto nel manifesto è solo la diretta conseguenza di questo “diritto”.

Ma se l’attribuzione di tali «responsabilità» turba così tanto, non sarà, forse, perché l’aborto è un atto turpe?

Le Donne della Redazione

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