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Home Page > Notizie dall’Italia > Salute – Papilloma, quel che il pansessualismo non dice
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Rilanciamo, con il permesso dell’Autore, questo interessante e utile articolo a firma del medico e scrittore Paolo Gulisano, stimato collaboratore di ProVita Onlus, su un tema che interessa la salute di ognuno di noi: le vaccinazioni.

Si tratta di un aspetto della medicina attualmente al centro del dibattito, ma senza che vi sia una trasparenza nella diffusione di informazioni. Ben vengano, dunque, tutti gli articoli che possono aiutare a fare chiarezza, nel segno di una salute “integrale” della persona umana.

È sempre più aspro e polemico il dibattito sulle vaccinazioni, che la NBQ sta seguendo cercando di offrire ai propri lettori una informazione ponderata e corretta sull’argomento, lontana quindi dai furori ideologici delle opposte fazioni che si stanno fronteggiando sempre più bellicosamente. L’ultimo capitolo di questa storia è dell’altro giorno: la trasmissione di RAI 3 Report ha affrontato una vicenda riguardante la vaccinazione contro l’HPV, il Papilloma Virus, un virus a trasmissione sessuale che è responsabile di diversi tipi di tumori. Da qualche anno sono stati messi a punto dei vaccini che vengono praticati nelle preadolescenti e che sono stati definiti “vaccini contro il cancro dell’utero”. Vedremo più avanti come stanno esattamente le cose.

Nella trasmissione che fu già di Milena Gabanelli, si è parlato di uno studio effettuato da un istituto scientifico indipendente, il Nordic Cochrane Center, con il quale i ricercatori danesi accusavano l’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco, di aver sottovalutato le reazioni avverse prodotte dai vaccini anti Papilloma, in particolare i danni di tipo neurologico che invece il Nordic Cochrane Center avrebbe rilevato. Secondo i ricercatori danesi tutti i dati in materia diffusi dall’EMA sono stati in realtà forniti dalle aziende farmaceutiche, e che non esistono ricerche davvero indipendenti, finanziate da enti pubblici. Altro punto critico rilevato dal Nordic Cochrane è quello della segretezza dei risultati del report, e delle considerazioni apparentemente diverse tra il report di 256 pagine elaborato dall’EMA e quello di sole 40 reso pubblico, dove non c’era traccia dei dubbi espressi da molti esperti sulla sicurezza del vaccino e sulla necessità di nuove ricerche.

Una diatriba di tipo essenzialmente metodologico tra due istituzioni scientifiche come l’EMA e il Nordic Cochrane si è trasformata in Italia, dopo la puntata di Report, nella solita gazzarra politica e nello scontro manicheo tra ipervaccinalisti e anti-vaccinisti, fatta di iperboli e affermazioni assolute. Tra i primi si sono segnalati la solita Lorenzin e diversi esponenti del PD, in particolare Monica Cirinnà, che dopo la battaglia per le unioni civili sembra avere ora trovato nella campagna pro vaccinazioni una nuova ragione di vita. I toni del dibattito si sono fatti accesissimi, con la consueta demonizzazione degli avversari, definiti – secondo un copione abituale – diffusori di paura e di tesi antiscientifiche, disinformatori nemici del progresso scientifico e della salute pubblica.

A ben vedere, in realtà, lo studio del Nordic Cochrane non aveva assolutamente la finalità di negare l’utilità o l’importanza delle vaccinazioni, ma semplicemente quella di accertare se ci fossero state delle irregolarità o degli errori di valutazione sugli eventuali effetti collaterali di questi vaccini. Un’analisi destramente corretta, anche perché in campo farmaceutico come in tanti altri campi della medicina è sempre possibile che ci siano delle criticità e individuarle serve a correggerle, ad apportare miglioramenti. È strano che una cultura scientifica come quella in cui viviamo, che si è fondata sul dubbio sistematico, sulla negazione di verità assolute, sulla pratica intensiva del relativismo, non accetti che determinate pratiche mediche o determinati prodotti della ricerca farmaceutica possano presentare delle fallacie.

Ma c’è un altro aspetto molto importante su cui è importante fissare l’attenzione. Ma questa vaccinazione anti Papilloma Virus, presentata come “l’unica prevenzione efficace del tumore all’utero”, cos’è realmente? E soprattutto, perché ora la si vuole introdurre anche per i maschi, che notoriamente l’utero non l’hanno?

Il Papilloma Virus umano (HPV) è il responsabile di una tra le più comuni infezioni a trasmissione sessuale sia nella donna che nell’uomo, soprattutto in giovane età. La manifestazione tipica dell’HPV è rappresentata da lesioni della cute e delle mucose chiamate condilomi o verruche ano-genitali. Tra i principali responsabili, del tumore dell’utero nella donna, l’HPV infetta anche l’uomo, ed anche nell’uomo può causare alcuni tumori come quello del pene, del ano e anche quello dell’orofaringe.

Inoltre i condilomi genitali possono aumentare il rischio di insorgenza di tumori correlati all’HPV. Dunque il vaccino serve a proteggere da un virus che è esclusivamente a trasmissione sessuale, e come si può intuire dalle zone sopracitate di infezione, trasmesso attraverso tipologie di rapporti che vanno oltre una normale attività sessuale. Il Papilloma Virus non avrebbe una diffusione come quella che sta conoscendo se la nostra società non fosse pervasa da una mentalità permissiva, trasgressiva, pansessualista che non vuole saperne più di un esercizio responsabile della propria affettività, all’interno di legami stabili, solidi, fedeli.

Nessuno lo vuole ammettere, ma il proliferare delle malattie sessualmente trasmesse è la conseguenza dell’irresponsabilità con cui ci si accosta alla sfera della sessualità, nonché della rinuncia ad educare le nuove generazioni ad una affettività rispettosa di sé e dell’altro. Si preferisce vaccinare le undicenni (e magari a breve anche i maschi) dando l’illusione di una protezione, di una immunità nei confronti di queste malattie. Non è così. Lo stesso vaccino protegge solo da alcuni ceppi di HPV, non da tutti. E per quanto tempo? Gli studi condotti fino ad ora dimostrano che la protezione offerta dai vaccini in uso ha una durata minima di 5 anni.

Al momento, non è noto se occorrano successivamente dosi di richiamo per rafforzarne l’effetto. Perché allora vaccinare bambine di undici anni? Perché se una ragazza di qualche anno in più fosse già venuta a contatto col virus, il vaccino sarebbe inefficace. Quindi si potrebbe dire che – anche se il vaccino è proposto come la prevenzione del tumore all’utero (o all’ano o al pene per i maschi) – questa vaccinazione per preadolescenti vorrebbe consentire una attività erotica “sicura” per i giovanissimi. Ma non ci è stato raccontato per anni che il condom era il toccasana, la barriera insuperabile che garantisce il “sesso sicuro”?

Le vendite dei preservativi negli ultimi anni sono aumentate vertiginosamente, ma le malattie a trasmissione sessuale stanno aumentando costantemente. In Italia ogni anno sono oltre 600.000 i nuovi casi. Vorrà pur dire qualcosa. Allora niente prevenzione, ci si potrebbe obiettare? Niente affatto. Per la prevenzione nelle donne adulte c’è un tipo di screening semplice, economicissimo e prezioso, che ha salvato – lui sì – centinaia di migliaia di vite. Il PAP test.

E per i ragazzi e le ragazze? Per quanto riguarda loro, la prevenzione primaria dovrebbe consistere nell’educazione all’affettività autentica. Persino l’Organizzazione Mondiale della Salute, quando aveva messo a punto le linee guida per la prevenzione dell’AIDS, aveva messo al primo posto “Abstinence” e “Be faithful”, l’astinenza e la fedeltà. Certo non è facile proporre questo a ragazzi sottoposti ad una pressione mediatica, ambientale, sociale, fortissima, che spinge all’erotizzazione della vita, con una forza che si avvicina al bullismo , anche se nessuno ne parla.

Prima che vaccinare i sistemi immunitari, occorrerebbe vaccinare i cuori e le menti. E state certi che non ci sarebbero effetti avversi.

Paolo Gulisano

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana


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