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Luglio 2016 – Notizie ProVita – “Il comune senso del pudore” (o quel che ne resta)

Dalla rivoluzione sessuale in poi la neolingua ha trasformato delle parole “belle”, che rimandano a valori sani, profondi e sacri, in parole quasi impronunciabili. Una di queste è “pudore”. È ormai inteso nella migliore delle ipotesi come “vergogna”, che di per sé ha un’accezione piuttosto negativa, oppure come “bigotteria”.

Se invece ci fermiamo a ragionare con la nostra testa, possiamo riscoprire il giusto valore del pudore. Basti considerare – ad esempio – che il pudore non lo hanno gli animali, non lo hanno le persone (come i bambini molto piccoli) che non sono consce della loro identità relazionale e sociale. Inoltre, mentre la vergogna ha per oggetto cose cattive o indecenti, il pudore è una sana riservatezza, il ritegno a sbandierare a tutti le cose davvero preziose che si vuole custodire gelosamente per persone e occasioni speciali (proprio perché preziose).

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Quindi il pudore può essere sentimento o virtù (altra parola bandita dalla neolingua), in base al quale ciascuno manifesta una parte di se stesso solo alle persone e nelle circostanze opportune, “degne”, in grado di accogliere, di capire il valore del dono. Il pudore, perciò, è certamente connesso alla sfera sessuale, ma non solo. Riguarda il sesso e il corpo, in quanto sesso e corpo sono essenziali all’identità della persona, tutt’uno con lo spirito; ma riguarda anche gli affetti e i sentimenti. La mancanza di pudore dimostra che la propria intimità – e quindi il proprio essere – è considerata poco rilevante, sicché niente merita di essere riservato ad alcune persone ed escluso per altre.

L’eleganza e il buon gusto, la pulizia e la cura della propria persona sono manifestazioni del pudore.
Dal ’68 in poi il “comune senso del pudore” è stato praticamente, a poco a poco, distrutto. Innanzitutto con la progressiva ipersessualizzazione della società. Ma lo scopo dell’opera distruttiva non è solo né tanto la “spudoratezza” sessuale in sé, quanto la progressiva erosione e distruzione dell’essere umano nella sua totalità. Il “sesso libero” è il primo passo che serve a rendere l’uomo schiavo.

Cosa ha portato la rivoluzione sessuale, se non la donna come oggetto sessuale e il sesso come prodotto commerciale?
Chissà se sono in grado di comprenderlo oggi le persone che mettono costantemente in vetrina, su Facebook per esempio, alla mercé di tutti, non solo e non tanto i propri corpi, ma i propri sentimenti, fanno spettacolo della propria vita intima, con le gioie e i dolori che andrebbero condivisi solo con le persone giuste. Capita sovente che qualcuno venga profondamente ferito e perda l’autostima: diventa debole, solo, svalutato, privo di dignità e di amor proprio…. Essere pudici, invece, vuol dire avere considerazione per l’intimità propria e altrui e farsi conoscere nella giusta misura nei diversi contesti di donazione e di rispetto in cui ci muoviamo. In tal modo si rende più attraente la propria personalità e si conosce il vero significato dell’amicizia e del vero amore: la philia e l’agape di greca memoria.

Antonio Brandi


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