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L’aborto legale è la soluzione all’aborto clandestino?

Una delle contestazioni più diffuse e ideologicamente più rilevanti mosse al mondo pro-life in merito all’aborto è che, secondo i suoi sostenitori, la legalizzazione è una soluzione al problema dell’aborto clandestino.

La teoria sarebbe: se una donna vuole abortire, trova il modo per farlo. Se l’aborto è illegale, ci sarà sempre e comunque qualcuno disposto a praticarlo, magari in un sottoscala, magari con mezzi di fortuna, sicuramente con scarso riguardo per la salute della donna e con il serio rischio di morte anche per la “madre” del “morituro”, passatemi il termine, triste ma vero.

A parte le bugie mostruose raccontate negli anni ’70 sui “milioni di donne morte”, a parte la banale e paradossale contraddizione di considerare scandaloso il “rischio” di arrecare danni alla donna, ignorando invece la “certezza” della morte del bambino, a parte la ridicola assurdità, logica ed etica, di legalizzare qualcosa di sbagliato per evitare che quell’atto sia commesso illegalmente, resta dubbia l’utilità di questa conclusione anche ai fini che essa stessa si prefigge.

Basta infatti scorrere alcuni nostri articoli (qui, qui e qui, per esempio) per capire che l’aborto illegale non è stato eliminato e che la salute delle donne è comunque a rischio.

Ma siccome vedere l’assurdo in un contesto ideologizzato è sempre difficile, quale soluzione migliore di proporre un’analogia?

Ad esempio, perché lo Stato non cancella i limiti di velocità?Tanto chi vuole correre, corre lo stesso!”. Eppure, al contrario, l’attenzione verso i trasgressori del codice della strada si è di parecchio intensificata di recente; proprio perché ciò che è male, male resta, a prescindere dalla diffusione di certi comportamenti. E compito dello Stato dovrebbe essere non solo punire, ma anche e soprattutto educare.

Cosa accadrebbe se, al contrario, si dichiarasse l’insuccesso delle politiche di prevenzione degli incidenti, insinuando che i cartelli siano messi a caso o magari con il solo scopo di “batter cassa”? Se si cominciasse a ritenere che gli incidenti “accadono comunque” e indipendentemente dalla condotta degli automobilisti, se anzi si sostenesse che il codice stradale sia solo un’intrusione dello Stato nella libera circolazione dei cittadini, quasi un sopruso? Se si urlassero slogan del tipo: “l’auto è mia e me la gestisco io!” (indipendentemente da chi c’è dentro)? E se la legge fosse vista come una limitazione del diritto di ciascuno a spostarsi liberamente, come vuole, dove vuole, alla velocità che ritiene più opportuna? Se si pensasse “io non correrei mai, ma mi sembra giusto che ognuno scelga per sé”?

E se, in più, si paventasse una discriminazione fra ricchi, che possono pagare le multe, noleggiare autodromi o recarsi nella vicina Germania per soddisfare la loro esigenza di velocità, e poveri, che non avrebbero questo privilegio?

Beh, se si arrivasse a sostenere tutto questo, ricadremmo esattamente nell’attuale assurdo, ideologizzato e kafkiano dibattito sugli aspetti legali dell’aborto, in cui l’omicidio è chiamato “diritto”.

Giuseppe Fortuna


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