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Home Page > Aborto > Contraccezione? Non fa diminuire gli aborti!
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Uno dei luoghi comuni a favore della cultura della morte è quello che dice che la diffusione massiccia della contraccezione riduca o addirittura elimini l’aborto.

Sappiamo che ciò è smentito dai principi fondamentali della scienza del calcolo delle probabilità: il senso di sicurezza moltiplica i comportamenti a rischio e quindi alla fine si genera quell’“effetto compensazione” che rende inutile il sistema profilattico.

In proposito un mio studente mi segnala che in Colorado, in appena sei anni, gli aborti tra le adolescenti sarebbero diminuiti del 35% grazie ad un programma di diffusione di contraccettivi a lunga durata (LARC è l’acronimo inglese) costituiti da impianti ormonali sottocutanei e dispositivi intrauterini (spirali o IUD). Family Planning Initiative (FPI) è il nome del programma finanziato dalla Susan Thompson Buffett Foundation, di Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del pianeta, con un patrimonio stimato in dieci miliardi di dollari. La fondazione è stata da lui creata in memoria della moglie. Essa spicca per scarsa trasparenza su come ottenga i finanziamenti: visitare il sito web è inutile, è un vicolo cieco risibile. Risulta, comunque che, solo nel 2011, ha elargito 40 milioni di dollari alla sola Planned Parenthood, l’organizzazione numero uno quanto a cliniche per aborti. L’anno prima 21 milioni di dollari erano stati devoluti al National Abortion Federation Hotline Fund.

Secondo il capo del dipartimento della salute del Colorado, avere distribuito gratis a circa trentamila donne i contraccettivi ormonali sottocutanei e le spirali ha determinato una riduzione delle gravidanze delle adolescenti del 40% nel periodo 2009-2013 e degli aborti pari al 35% nel periodo 2009-2012.

Come da programma i titoli dei media nostrani non potevano che essere entusiastici: «L’Italia impari la lezione del Colorado: educazione sessuale per decidere, contraccettivi per non abortire!»; «Colorado sperimenta anticoncezionali gratis, crollano gli aborti tra le adolescenti».

Due membri dello staff del dipartimento della salute del Colorado avevano pubblicato nel 2014 alcuni dati provvisori sulla rivista Perspectives on Sexual and Reproductive Health, uno dei periodici del Guttmacher Institute, braccio scientifico della Planned Parenthood. Il quadro che ne risultava era idilliaco: uso dei LARC quasi quadruplicato, riduzione delle gravidanze del 29% tra le ragazze di età tra 15 e 19 anni e un meno 34% per quanto riguardava gli aborti.

Quello studente che mi aveva segnalato la notizia aveva da pochi mesi frequentato un mio corso dove gli era stata presentata una quintalata di dati che indicavano l’esatto contrario: la diffusione della contraccezione non riduce gli aborti. Ero stato un cattivo maestro? In realtà qualsiasi pro-life è felice quando gli comunicano dati che indicano una riduzione degli aborti. E invece i numeri di cui vi ho appena dato conto vanno esaminati con più attenzione.

Anzitutto hanno un loro lato oscuro: registrare un numero inferiore di aborti non significa necessariamente avere un numero inferiore di esseri umani ammazzati se il risultato è stato ottenuto almeno in parte attraverso un incremento dell’uso di un mezzo come la spirale che ha tra i propri meccanismi d’azione anche quello cripto-abortivo, cioè l’impedimento dell’annidamento dell’embrione nella cavità uterina della madre. Sappiamo bene che dal momento della fecondazione il patrimonio genetico del nuovo essere umano è completo. E quel piccolo “grumo di cellule” comincia a dialogare autonomamente con l’organismo della madre, per farsi strada nella tuba e perché il sistema immunitario materno riconosca come “amico” anche il materiale genetico appartenente al padre.

Ma, soprattutto, la riduzione degli aborti è avvenuta davvero a causa della distribuzione dei contraccettivi a lunga durata? Il fatto che un fenomeno si verifichi dopo una determinata azione non significa necessariamente che sia stato prodotto proprio da quell’azione. Un modo abbastanza semplice per verificare le cose è confrontare l’andamento degli aborti del Colorado con altri Stati laddove il programma non è invece stato applicato. L’ho fatto per voi verificando le cifre ufficiali fornite dagli Stati e quelli che vedete nei grafici riportati in questo articolo dimostrano che la riduzione degli aborti tra gli adolescenti è avvenuta nello stesso periodo in tutti gli Stati; in almeno quattro Stati la riduzione degli aborti è stata superiore a quella registrata in Colorado senza alcun programma di dispensazione gratuita dei LARC. Leggendo con attenzione lo studio su Perspectives, si osserva la mancanza di una differenza statisticamente significativa tra il numero degli aborti nelle contee dove il programma FPI era stato applicato rispetto alle contee dove invece ciò non era stato fatto; meno 34% nelle prime, contro meno 29% nelle seconde: nessuna differenza statistica. In realtà i fattori che possono avere influito sul risultato sono molti. Al congresso mondiale di Natural Family Planning che si è svolto a giugno a Milano, ho tenuto una relazione specificamente dedicata al tema. Anche per l’Inghilterra il calo delle gravidanze e degli aborti tra gli adolescenti registrato negli ultimi 4-5 anni è stato inizialmente attribuito ai programmi di diffusione dei LARC, ma come ha poi dimostrato l’economista dell’Università di Nottingham David Paton, l’effetto della contraccezione a lunga durata è stato minimo. La riduzione dell’abortività è con la riduzione del consumo di alcool e il miglioramento della resa scolastica che mostra il maggiore grado di associazione statistica. Negli Stati Uniti si deve poi considerare l’effetto delle leggi pro-life volte a proteggere la salute della madre e del bambino, che a loro volta riflettono un incremento del consenso degli americani per il fronte pro-life. A questo punto posso tranquillizzare quel mio studente.

Ma, infine, a margine, mi chiedo: nella distribuzione dei LARC sono state informate le donne circa gli effetti collaterali? L’informazione fornita alle donne è stata obiettiva quanto a possibili eventi avversi? L’inserimento della spirale determina in un caso su cento una contaminazione, con conseguente sviluppo di una malattia infiammatoria pelvica (PID), a sua volta possibile causa d’infertilità. Sono inoltre riportati casi di perforazione uterina e di espulsione del dispositivo. Dolore pelvico con sanguinamento intermestruale sono effetti abbastanza comuni che concorrono in circa un caso su cinque ad interrompere la spirale, mentre per gli impianti sottocutanei gli effetti progestinici su vari apparati (nausea, vomito, cefalea, sanguinamento uterino più o meno accentuato) conducono la metà delle donne ad interrompere il metodo entro i primi due anni.

Ma certo. Sicuramente le donne sono state adeguatamente avvertite di tutto questo: ogni paziente ha il sacrosanto diritto al consenso informato e per le donne in particolare tutti dicono che va tutelato come fondamentale il “diritto alla salute sessuale e riproduttiva”. O no?

Renzo Puccetti

Fonte: Articolo apparso su Notizie ProVita di Settembre 2015, pp. 26-27


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