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Home Page > Famiglia e Economia > Utero in affitto, grande disvalore: lo dice anche la Consulta
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La Corte Costituzionale ha rifiutato di legalizzare l’utero in affitto.

Una coppia aveva preso in India l’utero in affitto di una donna, si era comprata il bambino e se l’era portato in Italia pretendendo,  la moglie, di essere riconosciuta madre del piccolo che biologicamente è figlio del marito.

Alcuni giudici, infatti, dicono che la madre, da bravo “concetto antropologico”, è «la persona che ha formulato il progetto famigliare e che, dalla nascita del bambino, ne è madre».

L’atto di nascita è stato trascritto in Italia,  ma il Tribunale ordinario di Milano ha stabilito che la donna  non è la madre, perché non lo ha partorito.

Di qui il ricorso alla Corte di Appello, e quindi alla Consulta, la Corte Costituzionale, che ieri ha deciso.

Spiega Assuntina Morresi su L’Avvenire: «la riflessione intorno a cui si sviluppa la sentenza della Corte Costituzionale è: quanto è importante la verità biologica, cioè l’esistenza o meno del legame biologico fra una donna e un bambino, per stabilire se sono madre e figlio davanti alla legge?»

E giustamente si chiede: come può esserci contrapposizione tra l’esigenza di  dire la verità e l’interesse del bambino? «Ma può esserci un interesse del bambino che escluda la verità su come è venuto al mondo? Come ha giustamente sottolineato l’Avvocatura dello Stato, le due cose non possono confliggere, al contrario: la verità su come una persona è stata concepita e su come è nata è una componente fondamentale della sua identità, anche se non è l’unica.»

« E la Consulta, che pure ha dato una risposta improntata a buon senso e buon diritto, non può che aprire – simbolicamente – le braccia e dire: in questo caso non esiste una risposta certa e automatica, che valga sempre. Ogni volta dovete considerare e soppesare tutto. Come quel piccolo è stato concepito, e poi partorito, e poi come è vissuto fino ad adesso, e poi anche valutare se si può regolare il tutto con una adozione. E ricordatevi – ammonisce sempre la Consulta – che l’utero in affitto per la legge italiana ha “un elevato grado di disvalore”, è vietata perché “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”, e anche di questo va tenuto conto». 

Conclude la Morresi: «Eppure nella domanda posta alla Corte Costituzionale, a voler leggere bene, la risposta già c’è: se riconoscere la verità di quel concepimento e di quel parto potrebbe contrapporsi al bene di quel bambino, significa che nascere in quel modo, come “progetto famigliare” regolato da un contratto di maternità surrogata, non è un bene. Oramai abbiamo difficoltà a riconoscere una verità elementare, e cioè che ogni bambino ha diritto a vivere non con una madre, individuata a seconda delle circostanze da un qualche tribunale, ma con sua madre. Unica (semper certa, si diceva un tempo). E la verità è che la sua unica madre è quella che suo figlio lo ha concepito, lo ha portato in pancia e lo ha partorito, e se ce ne è un’altra può essere solo adottiva, quando la prima non c’è più o non è più in grado di crescerlo. Tutto il resto è delirio di onnipotenza in cui troppi sono caduti, un mondo in cui si può persino stentare a riconoscere il volto della mamma.

E meno male che, almeno in Italia, i custodi della Costituzione stanno ribadendo che la pratica dell’utero in affitto, saggiamente e limpidamente vietata nel nostro ordinamento grazie alla legge 40, “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane“. Ripetiamolo, sottolineiamolo, siamo tutti e tutte conseguenti. Ecco una certezza da cui, umanamente, ricostruire il vero e pieno rispetto della maternità, della paternità e della condizione di figlio».

Redazione

 


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